120 BATTITI AL MINUTO

un film di Robin Campillo

12, 13*, 14 dicembre

Proiezione di mercoledì 13/12 ore 22.15 in versione originale con sottotitoli in italiano.

 

Nella Parigi dei primi anni Novanta, il giovane Nathan decide di unirsi agli attivisti di Act Up, associazione pronta a tutto pur di rompere il silenzio generale sull’epidemia di AIDS che sta mietendo innumerevoli vittime. Anche grazie a spettacolari azioni di protesta, Act Up guadagna sempre più visibilità, mentre Nathan inizia una relazione con Sean, uno dei militanti più radicali del movimento.

Scheda tecnica

  • Titolo Originale

    120 battements par minute

  • Regia

    Robin Campillo

  • Paese, anno

    Francia ,2017

  • Genere

    Drammatico

  • Durata

    135’

  • Sceneggiatura

    Robin Campillo, Philippe Mangeot

  • Fotografia

    Jeanne Lapoirie

  • Colonna sonora

    Valérie Deloof, Arnaud Rebotini

  • Montaggio

    Robin Campillo, Stephanie Leger, Anita Roth

  • Interpreti

    Adèle Haenel, Nahuel Pérez Biscayart, Yves Heck, François Rabette, Arnaud Valois

Recensione

120 battiti al minuto si presenta, sin dalle prime scene, come uno spaccato di vita reale, che descrive minuziosamente le dinamiche e le problematiche che ruotano intorno alla malattia ancora oggi ma che negli anni ’90, picco dell’epidemia in Francia, erano ancora oscure o nebulose. Nel raccontare le storie che li hanno portati a contrarre o conoscere l’HIV, i protagonisti lasciano emergere l’assoluta non eccezionalità delle proprie vicende personali, riportando ordine e coerenza nell’immaginario di chi ancora vede questo tipo di malati così distanti dalla gente comune.

 

Il film di Robin Campillo riesce così a conferire un volto ed una dignità alle tante persone morte nell’ombra, scandendone le battaglie e la vita privata a ritmo di una musica house che appare come l’unico momento in cui i protagonisti riescono a sentirsi leggeri, danzando sulla vita che hanno vissuto e che ancora li aspetta, nonostante le innumerevoli difficoltà. Battiti provenienti dalle percussioni ma anche da un ritmo cardiaco che si affanna per la paura di non farcela, di rallentare da un momento all’altro e perdere la battaglia, quando invece si avrebbe ancora tanto da fare e da dire.

 

120 battiti al minuto, lascia che lo spettatore si immerga in tale realtà, conoscendola per una volta davvero da vicino e riuscendo a scomporre i tanti pregiudizi che ruotano ancora attorno al mondo dell’AIDS e dell’omosessualità. Non un grido d’aiuto ma un semplice ed autentico riconoscimento, per non dimenticarsi di chi ha avuto la sfortuna di incontrare sul proprio cammino una malattia come altre ma ancora irrazionalmente accompagnata da una repulsione che risiede in concezioni superstiziose, prive di fondamento ma purtroppo non ancora superate.

Questo è un film sul lavorare all’identità della propria malattia. Nient’altro. Riconoscerla, darle un nome, portarla in pubblico. Fare lavorare anche lei, la malattia stessa: permetterle di acquistare rilevanza politica, farle fare una differenza. Reagire ad essa, reagire all’eventualità del disinteresse, toglierle ogni pudore.

 

La malattia come una guerra, allora. Una guerra che si può vincere ammettendo prima di tutto, di fronte a tutti, di essere in e una minoranza. Perché si muore, si vedono gli altri morire, mentre gli altri vedono te morire. Senza soluzione di continuità. Ciò che più entusiasma di 120 battiti al minuto è il suo slancio popolare: un film fatto di persone e destinato al pubblico. Un film da pubblico, ma nella maniera più intelligente, giusta e coerente con l’immaginario evocato.

Come se il New Queer Cinema più fiero, litigioso e underground potesse oggi parlare di nuovo, benché in abito da prodotto major, autoriale ma non troppo da restarne schiacciato. Un film radicale e militante che si rivolge direttamente allo spettatore comune, lo coinvolge nella trasformazione mélo dell’ultima ora.

 

E questo film diretto e schietto, sdegnato e compassionevole, senza mediazioni, questo film di revenants che chiedono di essere legittimati a soffrire, di uomini e di donne senza età e di ogni età, riesce a riportare il risentimento nella sua posizione migliore, quella cioè di un patto fra il sé più idealistico e il privato meno protetto.

 

Pier Maria Bocchi www.cineforum.it

Virginia Campione www.cinematographe.it 

Robin Campillo

Nato in Marocco nel 1962, nel 1983 è a Parigi per studiare a La Femis, la maggiore accademia del cinema francese. Qui incontra Laurent Cantet, con cui inizia a collaborare alla fine degli anni Novanta come cosceneggiatore e montatore per film di grande successo, tra cui A tempo pieno (2001), Verso il sud (2005), La classe (2008, Palma d’Oro a Cannes), Foxfire – Ragazze cattive (2012) e L’Atelier, presentato quest’anno a Cannes nella sezione Un Certain Regard. 

Nel 2004 esordisce anche come regista con Les revenants, che ispirerà la serie tv omonima prodotta da Canal+, mentre il suo secondo film, Eastern Boys (2013), viene premiato alla Mostra di Venezia nella sezione Orizzonti, ricevendo inoltre due candidature ai César (miglior film e miglior regia). 

Nel 2017 ottiene la consacrazione definitiva al Festival di Cannes grazie al suo terzo film da regista, 120 battiti al minuto, che riceve il Grand Prix e un’accoglienza trionfale della critica.