A PRIVATE WAR

un film di Matthew Heineman (Gran Bretagna / 2018 / Biografico, Drammatico / 110’)

sabato 01/12 - ore 20.00 e 22.15
domenica 02/12 - ore 16.00, 18.00 e 20.30

Prezzi riservati ai Soci
Intero: 6,5 euro
Ridotto: 5,5 euro (over 65 anni, under 14 anni)

Prezzi al pubblico
Intero: 7 euro 
Ridotto: 6 euro (over 65 anni, under 14 anni)

Recensione

Il documentarista Matthew Heineman fa il suo debutto narrativo con un film biografico sulla corrispondente di guerra Marie Colvin e lo fa raccontando la sua figura, che è sprezzante nella sua argutezza espressiva, non ha timore delle bombe di Assad o del fanatismo delle Tigri Tamil, e prosegue per la sua strada raccontando ciò che vede, donando al mondo intero una versione dei fatti più vicina ai civili, donando l’unico punto di vista che merita di essere ascoltato in una guerra, quello delle vittime. Il suo approccio stoico e ardito riprende le orme da una paladina del giornalismo americano, Martha Gellhorn, una delle più grandi corrispondenti di guerra del secolo scorso, di cui porta con sé i suoi romanzi. A Private War non perde occasione di rammentare il lavoro instancabile e rischioso di un giornalista al fronte, non perde occasione di sincerare le condizioni che moltissime persone sono disposte a sopportare per vivere, ma soprattutto A Private War non dimentica mai di sottoporre lo spettatore allo tsunami emotivo delle sue storie, storie di vinti e di sopravvissuti; questa è la storia di una donna che, come la stessa Gellhorn, ha messo sempre davanti ad ogni priorità il suo lavoro, la sua missione di vita, a discapito di un’esistenza serena, sia psicologicamente che fisicamente. A Private War non racconta la guerra con retorica o tentando di afferrare la mente dello spettatore per mezzo di una captatio benevolentiae, proprio grazie ad uno sguardo apodittico e repulsivo; Matthew Heineman dirige una pellicola costruendo un’analisi dettagliata e convincente della guerra moderna, dallo Sri Lanka alla Siria. Rosamund Pike rende egregiamente il tormento e la spaccatura interiore di una giornalista provata da anni di narrazioni belliche, diventata quasi dipendente dalle guerre, trovandosi quasi in equilibrio solo in determinate zone del mondo, le più difficili eppure le più adeguate al suo spirito ostinato. La guerra è il luogo in cui riesce a stare in piedi, in cui non annega nel panico di ricordi insopportabili: Colvin è andata contro ogni buonsenso, portando avanti il suo desiderio di descrivere la guerra, si è nutrita dei conflitti bellici e ha saputo gettare il cuore oltre l’ostacolo.
A Private War non è unicamente composto dalle scene dei conflitti armati, ci porta anche nelle pieghe laceranti del malessere di Marie Colvin, che anche quando tornava dal peggiore abominio bellico o da una inarrestabile guerra civile, mordeva il freno per poterci ritornare o per proseguire il suo compito di corrispondente e di reporter, che era al di sopra di ogni cosa. “Vedo queste cose in modo che le altre persone non debbano”, afferma Colvin nel film, che ha avuto una determinata vocazione nell’immergersi nei campi dei conflitti armati, avendo a disposizione un solo occhio, una penna e un quaderno.