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A QUALCUNO PIACE CALDO

un film di Billy Wilder
(U.S.A. / 1959 / Commedia / 121’)

Mercoledì 17 giugno, ore 21.30*

* Proiezione in Versione Originale con Sottotitoli in italiano

Il Cinema Ritrovato al Cinema

Anfiteatro di Palazzo Toaldi Capra
via Pasubio, 52 – Schio (VI)

In caso di maltempo gli spettacoli si svolgeranno
al 1° piano di Palazzo Toaldi Capra, in Sala Affreschi.

La programmazione potrebbe subire variazioni.

Recensione

Per gran parte del Novecento la commedia statunitense è stata il terreno di rappresentazione che ha posizionato nell’immaginario collettivo una galleria di (anti)eroi che hanno tradotto, talvolta in modo blando, talvolta in modo più spietato, le contraddizioni dell’individuo, toccando vette insuperate in termini di contenuto, forma e linguaggio della macchina da presa. Superando la prevedibilità delle commedie anni Cinquanta, quelle di Billy Wilder rappresentano a ben vedere un’eccezione: un profondo gusto mitteleuropeo, cupo e corrosivo allo stesso tempo, ha fatto sì che egli si appropriasse del genere comico per sviluppare un doppio binario tra risata e riflessione, un’iconoclastia personalissima sviluppata con un attacco ai pregiudizi e alle regole imperanti, una distruzione ai valori umani e alle frustrazioni dell’americano medio spesso unita al travestimento. Il grande tema della maschera invero è un tòpos che ha segnato il mondo del regista austriaco sin da Frutto proibito (The Major and the Minor, 1942), per affacciarsi poi in Testimone d’accusa (Witness for the Prosecution, 1957) e Irma la dolce (Irma la Douce, 1963), ma è con A qualcuno piace caldo (Some Like It Hot, 1959) che il mascheramento si dispiega in un processo metalinguistico che porta a ragionare circa la settima arte, i codici che la compongono e il significato stesso dell’identità. La fuga dei musicisti Jerry (Jack Lemmon) e Joe (Tony Curtis), testimoni involontari della Strage di San Valentino (1929) e costretti a fingersi donne per unirsi a un’orchestra femminile diretta in Florida, non è altro che il pretesto narrativo per ribaltare il gangster movie – sublime l’autoparodia offerta da George Raft nel ruolo del boss Spats “Ghette” Colombo – e piegarlo al giogo della commedia en travesti, in un travolgente plot in cui la strategia della maschera non solo porterà entrambi alla salvezza, ma avrà risvolti non indifferenti. Il leitmotiv del mascheramento coinvolge d’altronde anche Zucchero, disincantata cantante e suonatrice di ukulele, la quale mente a sua volta pur di conquistare il finto miope erede della Shell Petroli, per poi trovare l’amore nel vero scapestrato Joe. La maschera non solo permette l’indagine sulla sessualità e sulla ridefinizione del concetto di gender ma offre anche uno sguardo sulla “vera” storia della Monroe, come se il disincanto di Zucchero, in perenne ricerca di essere considerata, desiderata e apprezzata, fosse la parabola di Norma Jeane e dell’immagine affibbiatale dall’industria. L’artifizio è strettamente connaturato al suo personaggio e lo rende un manifesto del percorso artistico-esistenziale della Monroe. Leggero e pungente, il Wilder’s touch accarezza la trama di A qualcuno piace caldo per farsi gioco dei dilemmi e dei paradossi dell’umanità su cui sono fondate le leggi del vivere civile, senza risparmiare i compromessi della collettività e i suoi luoghi comuni, dal tabù del sesso alla malavita, dal legame uomo-donna all’antinomia tra essere e apparire, disegnando un caleidoscopio di maschere e di finzione in cui “tutto è falso e […] di conseguenza il senso del falso deve trionfare”[1] ma soprattutto “nessuno è perfetto”.
[1] La Polla Franco, Sogno e realtà americana nel cinema di Hollywood, Milano, Il Castoro, 2004, p. 164.