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ABITO DI CONFINI

un film di Opher Thompson
(Italia / 2025 / Documentario / 40’)

Venerdì 16 gennaio – ore 20.30

Il regista sarà presente in sala. Modera Eros Zecchini (Gruppo Solidarietà Migranti).
In collaborazione con Collettivo Rotte Balcaniche Altovicentino e Il Bruco – Circolo Operaio di Magré

Una giacca pende da un albero a ovest, jeans da un albero a est. Gli abiti che adornano questi due disparati confini montani sono l’unica cosa che hanno in comune. Pochi hanno visto entrambi. Ma chi l’ha fatto può forse comprendere questo Paese in modi che il resto di noi fatica a cogliere.

Recensione

Quello di Abito di confini è un progetto nato nella stagione 22-23, quando il regista, con l’Università di Parma, aveva il compito di studiare i movimenti migratori nella frontiera montana tra l’Italia e la Francia per produrre del materiale artistico. L’approccio scelto però è particolare: nessuna videocamera viene utilizzata e nessun migrante viene ripreso; Thomson sceglie di utilizzare unicamente delle fotografie raffiguranti il percorso che questi uomini intraprendono.
Abito di confini è una video-mostra che ha per protagonisti scorci di vari paesaggi e città, che, diventando luoghi transitori e liminali, donano la visione d’insieme di un’esperienza fantasma, inesistente per la poca considerazione che le viene data. E per tale ragione Thomson, con le sue foto, fa coincidere lo sguardo dello spettatore con quello della sua fotocamera, attuando un meccanismo di immedesimazione suggestivo che riesce a bucare lo schermo con un importante elemento di coinvolgimento.
La dialettica esposta dal mediometraggio non si limita solo a far coincidere lo sguardo spettatoriale con quello meccanico. L’odissea di cui si è testimoni in Abito di confini è prima di tutto l’esperienza del migrante, dell’errante invisibile che esiste solamente in un controcampo ipotetico e ideale. Convivono assenza e presenza in immagini che riescono a essere sia estetiche, per la bellezza artistica delle stesse, che etiche per ciò che vanno a rappresentare.
Perché infatti, le fotografie di Thomson, hanno la capacità di eccedere il confine fisico in cui si rinchiudono, soprattutto con questa formula associativa che vede la rapida successione degli scatti fotografici. Con questo accumulo di frammenti e particolari visivi, è messa in piedi una narrazione di statico dinamismo, leggibile scovando il legame presente tra una foto e la successiva.
Ciò con cui si apre Abito di confini non è però un’immagine, ma una riflessione: come e quando si diventa migranti? Quali elementi condizionano l’utilizzo di questo termine? Chi è, quindi, un migrante?
È un estraneo, un emarginato, un fantasma che non esiste, che non appartiene a nessun luogo in cui transita e né, tantomeno, in cui giunge. In una società che si riempie la bocca di etichette deumanizzanti, Abito di confini riesce a imporsi come un’opera che tenta di andare contro-corrente, problematizzando una questione su cui c’è ancora troppa poca sensibilità.
In conclusione, il gesto fotografico di Thomson rimanda a una presenza umana passata, presente e futura. Crea con successo un determinato sguardo che permette ai vari luoghi mostrati di acquisire un significato che, altrimenti, lo spettatore medio non riuscirebbe a trovare.

Joaldo N’Kombo, taxidrivers.it