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BIANCO

di Daniele Vicari
(Italia / 2026 / Biografico - Storico / n.d.)

05, 06, 07, 08 aprile

Il Pilone Centrale del Frêney è il più maestoso e inaccessibile versante del Monte Bianco. Due team rivali, uno italiano e uno francese, decidono di unire le forze e di conquistare la vetta. Tra loro i due alpinisti più forti di quella generazione, Walter Bonatti e Pierre Mazeaud. L’ascensione degli alpinisti, in balia di tormente, neve, temperature glaciali e digiuni per cinque giorni e cinque notti, diventa presto un inferno bianco. Tratto dal romanzo di Marco Alino Ferrari Frêney 1961. La tempesta sul Monte Bianco.

Recensione

“Non è un film che si può fare come altri, dove una volta finito di girare torni a casa e lasci il lavoro sul set. È un impegno fisico e mentale che ti porti continuamente dietro”. Intervistato nel corso del Trento Film Festival, il regista Daniele Vicari descrive la lavorazione di Bianco, film ora in fase di post-produzione, che racconta la tragedia del 1961 sull’allora inviolato Pilone del Frêney, sul Monte Bianco, dove morirono quattro alpinisti su sette durante la discesa successiva lungo il ghiacciaio. Tra i superstiti, anche Walter Bonatti, mito dell’alpinismo italiano degli anni 50 e 60.
Per girare il lungometraggio – “tratto dal libro Frêney 1961. La tempesta sul Monte Bianco” di Marco Albino Ferrari, che insieme a Massimo Gaudioso, Francesca Manieri e Daniele Vicari, firma soggetto e sceneggiatura – c’è stato uno sforzo produttivo per garantire l’aderenza visiva alla realtà. “Sono state realizzate pareti di roccia alte 12 metri, ottenute tramite calchi del granito del Pilone, e utilizzate flycam per seguire i movimenti degli attori durante le scalate. È la prima volta che nel cinema italiano si fa un film così, dove ogni dettaglio, dal modo in cui gli attori piantano i chiodi alla densità della nebbia che li avvolge, è studiato per non far percepire allo spettatore il confine tra la realtà della montagna e la finzione del teatro di posa”, ha raccontato Vicari.
“L’intento era usare una voce onnisciente che racconta tutto quanto dall’alto, calandosi di volta in volta nelle varie prospettive. Un lavoro di cucitura delle varie testimonianze che il film racchiude interamente nella montagna, con un’unità di luogo e di tempo in cui tutto si consuma in pochi giorni, in un crescendo”, ha commentato lo scrittore Marco Albino Ferrari.
Ad interpretare il ruolo iconico di Walter Bonatti sarà Alessandro Borghi, affiancato da un cast di giovani attori italiani e francesi che hanno affrontato una prova durissima. Le riprese, effettuate tra i set in teatro di posa e gli oltre 3.500 metri del bivacco della Fourche sul Monte Bianco, hanno permesso di ricostruire con realismo l’ambiente ostile e maestoso in cui si è consumata la tragedia.

ansa.it

La sospensione dell’incredulità è quel patto narrativo grazie al quale un pubblico accetta di mettere da parte lo scetticismo nei confronti della finzione, per credere all’opera secondo il linguaggio espresso dall’autore. Nel cinema di montagna, questo meccanismo implicito ma potente deve vincere alcune “resistenze”, magari più radicate in chi conosce da dentro le attività che svolgono gli alpinisti.
Sull’altro “versante”, se così vogliamo dire, il regista che vuole aprire il proprio lavoro a un pubblico non specializzato deve muoversi con cautela, ma anche con un occhio capace di andare a proporre qualcosa di universale. È un “camino” piuttosto stretto in cui salire, ma anche una sfida particolarmente stimolante, che il film Bianco, di Daniele Vicari, sembra avere voluto accettare in pieno.
Così racconta, a proposito del film, Marco Albino Ferrari, autore del romanzo: “Dodici anni fa ci siamo seduti intorno a un tavolo e abbiamo cercato di mettere insieme questa sceneggiatura, non solo la trasposizione di pagine scritte per il libro in un linguaggio cinematografico. Io lì sono entrato in punta di piedi, avevo una funzione solo appunto di correttezza filologica: cercare di capire se effettivamente era possibile che Bonatti dicesse certe frasi o se avesse certi atteggiamenti. Ma insomma, il mio apporto è stato un po’, nella squadra, quello dell’ultimo della cordata, quello che toglie i chiodi”.

Guido Sassi, lo scarpone.cai.it