BLACKKKLANSMAN

un film di Spike Lee

18, 19*, 20 dicembre

Colorado Spring 1979. La vera storia di Ron Stallworth, afroamericano che, con l’aiuto del collega Flip Zimmermann, si è infiltrato nel Ku Klux Klan.

A volte la realtà può superare l’immaginazione e questo è senz’altro il caso della vicenda raccontata nell’ultima opera di Spike Lee. Neppure al più folle sceneggiatore sarebbe potuta venire in mente un’idea tanto surreale quanto geniale: un nero che si infiltra nella divisione locale di un Ku Klux Klan che, pur in fase di declino, rimane pur sempre il KKK.

Scheda tecnica

  • Titolo Originale

    BlacKkKlansman

  • Regia

    Spike Lee

  • Paese, anno

    U.S.A.,2018

  • Genere

    Biografico

  • Durata

    128'

  • Sceneggiatura

    Charlie Wachtel, David Rabinowitz, Kevin Willmott, Spike Lee

  • Fotografia

    Chayse Irvin

  • Colonna sonora

    Terence Blanchard

  • Montaggio

    Barry Alexander Brown

  • Interpreti

    John David Washington, Adam Driver, Topher Grace, Laura Harrier, Ryan Eggold

Recensione

L’impressione di trovarsi davanti a un film grottesco sembra essere confermata da un ulteriore, fondamentale dettaglio: l’identità del contatto di Ron con il Clan. Ron (John David Washington), per ovvie ragioni cromatiche non può certamente entrare in contatto direttamente con il KKK. Il primo contatto con i suprematisti bianchi avviene infatti telefonicamente; per gli incontri di persona è però necessario un alter-ego: e chi meglio di un ebreo (Adam Driver) potrebbe fare da ponte tra un afroamericano e il KKK che combatte non solo contro i movimenti per i diritti civili, ma anche contro l’affermazione sociale ebraica? Nessuno, appunto. Ecco quindi il riassunto sommario del film: il tentativo di entrare nel KKK da parte di un’insolita coppia di colleghi: un ebreo non praticante, scettico sulla religione, e un afroamericano, molto sensibile ai movimenti per i diritti civili, fidanzato con la leader di un movimento studentesco su cui avrebbe dovuto indagare. Una fidanzata, Patrice (Laura Harrier), che, inoltre, ha le idee piuttosto chiare su cosa sia la polizia a quel tempo: “tutti i poliziotti sono maiali razzisti contro cui ribellarsi”. La figura di Ron, grazie al contributo di Laurie, sembra essere scissa in due: da una parte si sente vicino alla sua gente e alle esigenze di cui si fa portatrice la fidanzata, dall’altra, crede in una professione che però è praticata da colleghi in gran parte dichiaratamente razzisti.

Il film tuttavia non può essere considerato un ibrido tra un poliziesco e una commedia. Anzitutto perché il vero centro del film non è l’azione, ma il linguaggio. L’iniziale contatto con il KKK avviene dopo un esilarante confronto tra Ron e i colleghi sulle differenze del linguaggio tra bianchi e afroamericani e, del resto, anche i rapporti successivi con il KKK avvengono principalmente attraverso la cornetta.

In secondo luogo per il fatto che il film non ha come fine principale quello dello svago, tutt’altro. Per comprendere appieno il significato politico dell’opera, lo spettatore deve essere disposto ad accettare non solo la verosimiglianza della vicenda (cosa tutt’altro che semplice, a prima vista), ma soprattutto la veridicità di quanto raccontato: l’ultima opera di Spike Lee è infatti un adattamento della biografia dello stesso Ron Stallworth (“Black Klansman”). Il legame con la realtà è il filo conduttore che percorre l’intero film, perlomeno sotto due punti di vista. Il primo, più evidente, riguarda la vicenda narrata dal regista: la lotta terroristica del Ku Klux Klan contro i movimenti per i diritti civili degli afroamericani. Il secondo, più sottile, riguarda il legame tra presente e passato, tra gli eventi narrati e l’attualità. Il film è introdotto dall’attore Alec Baldwin che, sul modello di quanto realizza al Saturday Night Live, scimmiotta un tronfio presidente americano di nostra conoscenza. Nella conclusione, invece, troviamo il riferimento ai fatti di Charlottesville del 2017, con il corteo dei suprematisti bianchi, la morte di Heather Heyer e le dichiarazioni di Trump.

Blackkklansman è un’opera di denuncia che non guarda solo al contesto americano, ma che deve far riflettere chiunque si trovi a vivere in una realtà dominanta dallo slogan “Prima noi” (a discapito di tutti coloro che non rientrano nella categoria “noi). Per questa ragione un film ambientato nel 1979 può rivelarsi tristemente attuale non solo per l’America del 2018 ma, con ogni probabilità, anche per la realtà in cui ci troviamo a vivere.

 

Pupin Giaime Ernesto