BOHEMIAN RHAPSODY

di Bryan Singer (G.B., U.S.A. / 2018 / Biografico, Musicale / 106')

Sabato 06 luglio, ore 21.30

Anfiteatro di Palazzo Toaldi Capra
via Pasubio, 52 – Schio (VI)

In caso di maltempo gli spettacoli saranno annullati.

Recensione

Da qualche parte nelle suburb londinesi, Freddie Mercury è ancora Farrokh Bulsara e vive con i genitori in attesa che il suo destino diventi eccezionale. Perché Farrokh lo sa che è fatto per la gloria. Contrastato dal padre, che lo vorrebbe allineato alla tradizione e alle origini parsi, vive soprattutto per la musica che scrive nelle pause lavorative. Dopo aver convinto Brian May (chitarrista) e Roger Taylor (batterista) a ingaggiarlo con la sua verve e la sua capacità vocale, l’avventura comincia. Insieme a John Deacon (bassista) diventano i Queen e infilano la gloria malgrado (e per) le intemperanze e le erranze del loro leader: l’ultimo dio del rock and roll. Dal premio assegnato a Jamie Foxx poi (Ray), il biopic è diventato un ‘apriti sesamo’ per gli Oscar. La somiglianza somatica e il mimetismo dei gesti cruciali. Lo sa bene Rami Malek assoldato per una missione praticamente impossibile: reincarnare l’assoluto, quel mostro di carisma e virtuosità che era Freddie Mercury. Pianista, chitarrista, compositore, tenore lirico, designer, atleta, artista capace di tutti i record (di vendita), praticamente uomo-orchestra in grado di creare e di crearsi. Un demiurgo che in scena non temeva rivali, che mordeva la vita, aveva la follia dei grandi e volava alto, lontano. Che tutto il film abbia una struttura simile alla canzone che gli dà il titolo è abbastanza evidente. C’è una intro iniziale di grande effetto, una parte centrale drammatica e quasi operistica, ed un energico finale molto rock. Ma è forse proprio il primo verso di Bohemian Rhapsody a rendere al meglio l’idea di quello che veramente rappresenta la pellicola. Si tratta di vita reale o solo fantasia? La risposta è appunto in una via di mezzo fortemente cercata ma che finisce inevitabilmente con lo scontentare tanti. Perché se abbiamo detto che per molti frangenti il film riesce a riprodurre in pieno la storia dei Queen, è anche vero che la sceneggiatura di Anthony McCarten e Peter Morgan sceglie consapevolmente di tradire non solo la realtà dei fatti ma anche lo stesso Freddie Mercury. E il risultato finale, va detto, è veramente notevole, perché ci sono momenti in cui, da un punto di vista meramente estetico e iconografico, sembra davvero che quelli su schermo siano i Queen di quarant’anni fa. Non solo Rami Malek interpreta (molto spesso) un ottimo Freddie Mercury, ma anche tutti gli attori – in primis Gwilym Lee che interpreta Brian May – riescono a raggiungere una somiglianza fisica e gestuale davvero impressionante. Una meraviglia audiovisiva che culmina nei 20 minuti finali del film in cui viene riprodotto in modo estremamente fedele l’intera partecipazione del gruppo al concerto del Live AID del 1985.