CASTAWAY ON THE MOON

di LeeHey-Jun (Corea del Sud / 2009 / Commedia / 116’)

Martedì 30 giugno, ore 21.30

Anfiteatro di Palazzo Toaldi Capra
via Pasubio, 52 – Schio (VI)

In caso di maltempo gli spettacoli saranno annullati.

Recensione

Benedetta solitudine

Il titolo non deve trarre in inganno: partendo dalla matrice quasi omonima americana, il lavoro di Lee infatti se ne discosta pur mantenendone la struttura narrativa essenziale, facendosi sorta di controcanto sul tema della solitudine, ricercata o meno che sia. Fallito il suicidio al fiume, Kim Seung-keun è spiaggiato su un atollo ai margini della città, a cui però non riesce a tornare non sapendo nuotare. Inizialmente privo di qualsiasi ragione di vita (indebitato, abbandonato dalla compagna e licenziato), è nell’isolamento forzato che troverà un nuovo equilibrio esistenziale e la rinnovata fiducia in sé e nelle proprie capacità, cominciando così una nuova vita felice e lontana dal mondo. O quasi. È infatti lo sguardo attento della curiosa Kim Jung-yeon – auto-segregata in camera nel tentativo di costruirsi una vita virtuale il più possibile realistica – a notare attraverso l’obiettivo fotografico l’“help” (presto cambiato in “hallo”) tracciato sulla sabbia, spingendo la ragazza a superare le sue paure per uscire di casa e inviare al naufrago un messaggio tramite bottiglia, iniziando così una strampalata corrispondenza che porterà entrambi a ritrovare nell’altro un proprio simile e allo stesso tempo una ragione per uscire dal proprio guscio. Risulta dunque evidente lo scarto da Cast Away: il suo protagonista viveva con angoscia l’esperienza di naufrago (segno dell’essenza sociale dell’uomo di rousseauiana memoria), mentre quello di Lee Hey-jun ne fa tesoro realizzando che anche dalla sventura – se indagata, compresa e di conseguenza reagendo ad essa – può cogliersi un insegnamento e una spinta a rimettersi in gioco. Tale distacco d’intenti è ancora maggiormente accentuato dall’uso decostruttivo delle citazioni dal primo nel secondo, sempre con una valenza ironica (i tentativi di pesca, di caccia o di accensione del fuoco), sia a stemperare l’esasperata drammaticità del film del 2000 – spesso involontariamente esilarante – sia soprattutto a invitare lo spettatore, immedesimatosi con Seung-keun, a ridere dei suoi errori e della sua goffaggine come fossero i propri. Perché, e qui sta il messaggio, per affrontare ogni dolore e ogni sconfitta è necessaria una buona dose di (auto)ironia. Saper ridere dei propri mali e dei propri guai per ridimensionarli e rielaborali, scoprendo così che l’isola dove si era finiti non è che una visione ristretta e centripeta di un’esistenza ben più ampia.

Lapo Gresleri

www.mediacritica.it