CHARLEY THOMPSON

un film di Andrew Haigh

30, 31 ottobre* - 01 novembre

Charley è un quindicenne abbandonato dalla madre e cresciuto da un padre disattento e sempre nei guai. I due cercano un nuovo inizio a Portland, in Oregon, ma presto Charley dovrà rimettersi in viaggio, stavolta da solo, attraverso l’America profonda: sarà l’amicizia con un vecchio cavallo da corsa, Lean on Pete, a ridargli la speranza in un futuro migliore.

Scheda tecnica

  • Titolo Originale

    Lean on Pete

  • Regia

    Andrew Haigh

  • Paese, anno

    Regno Unito,2018

  • Genere

    Drammatico

  • Durata

    121'

  • Sceneggiatura

    Andrew Haigh

  • Fotografia

    Magnus Nordenhof, Jønck

  • Colonna sonora

    James Edward Barker

  • Montaggio

    Jonathan Alberts

  • Interpreti

    Charlie Plummer, Travis Fimmel, Chloë Sevigny, Thomas Mann, Steve Buscemi

Recensione

Charley (Charlie Plummer) corre in continuazione, non riesce a stare fermo. Qualcosa è come se si fosse però bloccato, quasi che il regolare funzionamento di questo meccanismo si fosse inceppato: Charley fatica a correre, non tanto per stanchezza, quanto perché qualcosa glielo impedisce. Nelle prime sequenze lo vediamo per l’appunto correre, senza meta, mentre osserva, forse in cuor suo si meraviglia, ma di certo appare centrato su ciò che deve fare, qualunque cosa essa sia. È quando torna a casa che tutto finisce, non perché, banalmente, gli spazi siano ristretti, ma perché qui il giovane viene catapultato in una dimensione che non gli appartiene: la realtà — un affaraccio brutto che lo coglie prematuramente.
Il padre rientra a casa assai spesso con donne diverse che si porta a letto, il giorno dopo a Charley non resta che far conoscenza come se si fosse nella sala d’aspetto di un medico. Allora al ragazzo non resta che uscire, correre, non per scappare da qualcosa quanto piuttosto per andare ad acciuffarla. Nel corso di una di queste scorribande, Charley incappa in un proprietario di cavalli da corsa: è qui che conosce Lean on Pete, un esemplare non di prim’ordine, perciò bistrattato dal suo proprietario, che non può fare affidamento nelle sue vittorie. Avventato, come si dovrebbe essere a quell’età, il giovane chiede e trova il modo di lavorare a stretto contatto con il mondo dei cavalli da corsa, si trattasse anche solo di pulire la stalla. La paga è pessima, ma non importa.
Andrew Haigh ha un dono insolito, ossia quello di trovare i frammenti di vita giusti e renderli preziosi. Attraverso questi stralci si stagliano dinanzi a noi, nitide, intere esistenze, senza però avere la presunzione di esaurire la loro complessità nella fattispecie presa in esame. Con Charley Thompson sembrerebbe esserci meno carne al fuoco su cui speculare, non fosse altro per l’anagrafe del protagonista: niente di più sbagliato. Per farci un’idea di ciò che sta passando Charley bisogna capire all’incirca che persone siano i suoi genitori, dunque in quali condizioni è maturato il segmento su cui il film si sofferma. In questo il regista inglese possiede una dote più unica che rara, in cui il tempo è componente essenziale, e a cui solo attraverso il dispositivo cinematografico si può attingere.
In uno dei momenti più struggenti del film, Charley mescola presente e futuro, possibile e probabile, ottimismo e pessimismo, limitandosi a chiedersi cosa ne sarà di lui nel caso in cui accadesse qualcosa ed il suo contrario. E se vado in galera? E se invece torno a studiare? Potrei tornare a giocare a football? Quel se è subordinato ad una cosa ed una soltanto: sarò ancora solo? Tu ci sarai? Il volto smarrito, non abbastanza però da non scorgere un seppur lieve bagliore, del giovane Plummer è sufficiente a prender parte a quell’inquietudine, quell’ansia che però è al contempo dolce, paradossalmente gradevole. Se non altro perché ci culla, ci trasporta come trasporta romanticamente il sedicenne, il quale però vuole anche avere voce in capitolo su quanto gli sta succedendo anziché limitarsi a lasciarsi portare dagli eventi.
Un teen movie particolare, duro, triste ma oltremodo credibile, che tramortisce come pochi lavori recenti appartenenti allo stesso genere. Ma non è tutto qui, perché, tra le altre cose, Haigh ne indovina due in merito alle quali è difficile immaginare di meglio, ossia il titolo ed il finale, entrambi meravigliosi. L’epilogo, che peraltro è speculare all’inizio, sembra volerci dire che quanto appena visto non è stata che una fase contraddistinta da svariate tappe. Ora si ricomincia, il cuore si allarga un altro po’, Charley e noi riprendiamo fiato —il tutto sulla soglia di una nuova porta. Brividi.