FAMILIAR TOUCH
(U.S.A. / 2025 / Drammatico / 90’)
26, 27, 28, 29* gennaio
* Proiezione in Versione Originale Sottotitolata in italiano
Leone del futuro – Premio Venezia opera prima “Luigi De Laurentiis” a Sarah Friedland, Premio Orizzonti per la miglior regia, Premio Orizzonti per la miglior interpretazione femminile a Kathleen Chalfant Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2024
Una donna anziana sembra prepararsi meticolosamente per un incontro galante. Si veste, si trucca, prepara la tavola per un pranzo. L’uomo che sta aspettando e con cui inizia a mangiare è di mezza età, più giovane di lei. Leggermente imbarazzato, rispetto ai modi di fare gentili e ammiccanti della donna, che si chiama Ruth. “Andiamo a fare un giro” dice lui, portando con sé un trolley. Ruth è emozionata dall’idea di fare un viaggio con quel partner più giovane di lei. Entrano in macchina. Si fermano davanti a un istituto che capiamo essere una casa di cura, ma Ruth è confusa. Quando l’uomo la chiama “mamma” e le ricorda che è stata lei a scegliere quel posto dove andare a vivere, la donna rimane incredula.
Recensione
La sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia è un contenitore che nell’edizione 2024 ha evidenziato quanto la forma artistica del cinema possa raccogliere e narrare storie di dolore, di vita e di morte, non solo con il registro drammatico, anche con l’ironia, la commedia e il realismo. Dei diciannove film in concorso, a ricevere molto del consenso dei giurati, guidati da Debra Granik, è stato Familiar Touch, delicato e prezioso film di Sarah Friedland, opera prima della giovane regista americana. La pellicola ha vinto sia il Leone d’Oro del Futuro Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis” (giuria presieduta da Gianni Canova), sia il Premio Orizzonti per la Migliore Regia e, infine, il premio alla migliore attrice assegnato a Kathleen Chalfant, lodevole interprete dell’anziana protagonista Ruth.
L’intento della regista era quello di realizzare un film di formazione sulla tarda età, mostrando l’età evolutiva, o meglio, involutiva, di una donna ottantenne malata di sindrome di Alzheimer. Ruth è una anziana, vedova, vivace e piena di spirito, che tiene in perfetto ordine la sua casa e le sue cose, prossima ad entrare in una residenza sanitaria. Ruth si trova spaesata a dover affrontare un nuovo ambiente e i rapporti, alle volte conflittuali, con le persone che la assistono: il figlio, i medici, gli operatori sanitari.
I nuovi legami all’interno della struttura sanitaria sono l’ultimo sostegno alla memoria che ogni giorno diventa sempre più rarefatta, le situazioni che si creano lasciano spazio anche a momenti di ironia e leggerezza. Se alcune capacità manuali, il saper cucinare con cura, il sapersi vestire, permangono, i ricordi della famiglia e del figlio svaniscono. Il mutare della sua memoria, dei suoi desideri e della percezione della realtà creano tra lei e il mondo una distanza incolmabile. Restano, infine, i gesti, le intuizioni e i movimenti a lasciare spazio alle parole di un corpo ancora vivo, seppur silenzioso.
Sarah Friedland sottolinea in modo molto personale quanto il linguaggio fisico dell’assistenza, che interviene laddove il linguaggio parlato non ha più presa, sia fondamentale per le persone anziane e malate. Non è un film autobiografico, seppure la regista abbia condensato in questa storia le sue esperienze di malattia e morte, dal venire meno della nonna, sofferente di demenza senile, al lavoro di badante di artisti newyorkesi con problemi di memoria. Familiar Touch è stato girato presso la struttura Villa Gardens, una casa di riposo in California, di cui vediamo nel film le comparse.
Simone Agnetti, saledellacomunita.it
“Ci sono solo poche occasioni in cui la telecamera si inclina, effettua panoramiche, segue. Il più delle volte è completamente immobile. La speranza era che, in questo modo, una volta che Kathy fosse entrata nell’inquadratura e avesse recitato, saremmo stati profondamente in sintonia con il più piccolo cambiamento nella sua espressione, postura e gestualità. Inoltre io e il nostro direttore della fotografia abbiamo utilizzato quelli che chiamavamo echi; abbiamo inquadrato allo stesso modo e usato la stessa lente per i gesti di Kathy che erano simili in diverse parti del film. Ad esempio, quando apre il palmo della mano a Steve durante il viaggio in macchina, abbiamo usato esattamente la stessa lente e la stessa diffusione ottica che usiamo quando è nella sala visite, mentre si tocca. Abbiamo voluto creare queste esperienze in cui uno spettatore potrebbe non sapere che abbiamo usato la stessa lente, ma avvertire quasi una sensazione di déjà vu nel proprio corpo, in modo che questi piccoli dettagli sensoriali possano essere effettivamente percepiti nel corpo dello spettatore, piuttosto che nella sua esperienza cognitiva e cosciente del film.”
Isaac Feldberg, intervista a Sarah Friedland

