CON LA PIOGGIA DENTRO
(Italia / 2026 / Documentario / 92’)
Venerdì 19 giugno, ore 21.30
In occasione della Giornata Europea della Musica
Anfiteatro di Palazzo Toaldi Capra
via Pasubio, 52 – Schio (VI)
In caso di maltempo gli spettacoli si svolgeranno
al 1° piano di Palazzo Toaldi Capra, in Sala Affreschi.
La programmazione potrebbe subire variazioni.
Recensione
“Eravamo noi con i pantaloni lunghi per la prima volta / Incantati dai vecchi di vent’anni nelle piazze in rivolta”
Ci sono persone che, anche solo per come appaiono, sono più interessanti di altre. Ce ne sono ancora meno che possono trasformare la propria vita in un film. Giorgio Canali è una di loro. Volto scavato, naso adunco, una maglietta su cui troneggia la scritta “merda” – come la città in cui vive, Correggio – e occhiali tondi che non nascondono del tutto uno sguardo torvo, duro, un po’ incazzato e forse anche triste. Eppure, allo stesso tempo, mai così vivo come ora che è vicino ai 70 anni e le rughe gli circondano i lineamenti del viso.
“Imbracciare la chitarra o imparare a sparare / Come i vecchi di trent’anni: colpire al cuore”
Giorgio, la chitarra, l’ha imparata a suonare eccome. PFM, Litfiba, CCCP: negli anni del punk rock ha fatto di tutto ed è stato di tutto – fonico, chitarrista, produttore discografico -, raccontando il proprio tempo dalla prospettiva anarchica e diventando una delle figure centrali del panorama del rock alternativo e indipendente. Oltre quarant’anni dopo, l’energia è sempre la stessa: da decenni si esibisce con il suo gruppo “Giorgio Canali & Rossofuoco” in piccoli locali di tutto il Paese, con un pubblico mai troppo grande. “Viaggio più di quanto dormo”, confessa.
“Eravamo noi, forse un po’ frastornati / Tra scure trame, tette al vento e banchieri impiccati”
Una figura come la sua non poteva certo sfuggire all’occhio di qualche regista. E infatti, alla fine, a realizzare un documentario su di lui ci ha pensato Matteo Berruto, che riprende, scrive, fotografa, monta e produce in completa autonomia il suo primo lungometraggio, Con la pioggia dentro. Macchina da presa alla mano, insegue Giorgio ovunque, lo incalza, lo scruta, lo indaga il più possibile, anche attraverso un ricco lavoro d’archivio. Senza andare alla ricerca di chissà quali sperimentazioni linguistiche o voli pindarici stilistici. Basta un primo piano e un formato ristretto per trovare tutta l’autenticità di cui ha bisogno.
Poi un altro ventennio senza più primavera / E i vecchi di cinquant’anni tutti in camicia nera”
Giorgio, da parte sua, si sbottona parecchio. Tra un concerto e un altro, tra uno sfogo di rabbia e un pianto soffocato, il ritratto che ne esce alla fine di Come la pioggia dentro è quanto di più umano si possa concepire. Un uomo che detesta la nostalgia – non deve essere un fan di Stranger Things – e sa quello che vuole senza bisogno di scendere a compromessi. Un uomo che sceglie, ogni giorno, di “svegliarsi una volta di più di quante si addormenta”. Quello che lui non vuole dire di sé stesso lo raccontano gli altri per lui, ma soprattutto lo racconta Berruto con il suo approccio votato alla quasi totale invisibilità del suo sguardo, che si mimetizza e si adatta alla perfezione al protagonista. Forse alla fine mancano un po’ di ombre, di contraddizioni, di “sporcizia”, e la voglia di osare qualcosa in più. Ma, in fondo, conta di più “la pioggia dentro”. E quella c’è.
“Per un vuoto d’aria, un vuoto di memoria / Un vuoto più vuoto del vuoto qui dentro / E adesso non ti sento / Non ti sento, non ti sento, non ti sento, non ti sento più”.
Matteo Pasini, www.sentieriselvaggi.it

