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COWARD

di Lukas Dhont
(Belgio, Francia, Paesi Bassi / 2026 / Drammatico - Storico / 120’)

29, 30, 31 marzo e 01* aprile

Premio Migliori Attori Festival di Cannes 2026

1916. Prima guerra mondiale. Fronte belga. Pierre si è appena arruolato, desideroso di mettersi alla prova. Nelle retrovie, nella squadra addetta ai rifornimenti di cibo e attrezzature, Francis (prima della guerra sarto nel prestigioso negozio del padre) organizza spettacoli per tenere alto il morale dei soldati. Mentre i combattimenti infuriano, tutti cercano di sfuggire alla brutalità della guerra, anche solo per un istante.

Recensione

Alla terza partecipazione al Festival di Cannes, il belga Lukas Dhont alza di parecchio l’asticella produttiva: pur privo di mirabolanti scontri a fuoco, Coward è un film di guerra, immerso tra fango e sangue nelle trincee del primo conflitto mondiale. Con la morte che incombe ogni dannato giorno e ogni dannata notte, ai due protagonisti Pierre (Emmanuel Macchia) e Francis (Valentin Campagne) il destino offre un paradossale limbo, una sorta di zona franca: lì, sul palco di un teatro improvvisato, lontani dal girone dantesco della trincea, sono liberi di amarsi. Attaccato ai corpi, ai volti, ai sentimenti, Dhont dimostra di trovarsi a proprio agio anche nella messa in scena dei teatri di guerra, tra soldati dilaniati, filo spinato e ordigni esplosivi. Il suo minimalismo sa essere anche ansiogeno, spettacolare e trascinante. La scelta del titolo ci porta dritti al punto: Coward mette in scena la guerra ma anche l’arte, due teatri. Indaga le sfumature della mascolinità, quella machista esibita dai soldati e quella che è libera e liberata nelle rappresentazioni itineranti di Francis e Pierre. Soppesa due tipi di codardia e coraggio, quello più evidente richiesto – anche con la forza, con lo spauracchio della pena capitale – ai soldati e quello quasi utopistico dell’amore omosessuale, di una vita altra, della fuga dai binari già tracciati da una società patriarcale.
Se la stratificazione e l’attenta osservazione della realtà e dei personaggi non è certo una novità nel cinema di Dhont, e se anche aver trovato e guidato degli interpreti all’altezza di ruoli non banali non ci sorprende (scelta e direzione degli attori sono la base fondante di Girl e delle successive fortune del cineasta belga), Coward evidenzia la non scontata capacità di gestire una produzione importante, di ampio respiro. Autore che non ha bisogno di mostrare fino in fondo, che sia un campo di battaglia o un letto a due piazze, Dhont sa essere efficace senza dover essere forzatamente spettacolare. In fin dei conti, il suo è un cinema che parte dai toni bassi, che deflagra raramente, non smettendo mai di insinuarsi tra i minimi dettagli, le sfumature, i gesti. Una scelta, non un limite, come dimostrano le sortite oltre la trincea o la sequenza della canzone, ultimo momento di sfogo prima della battaglia (quella sul campo e quella dei due amanti). Più in generale, Dhont mette in scena temi, contesti e personaggi LGBTQIA+ senza facile e ricattatoria retorica. Basterebbe già questo.

Enrico Azzano, quinlan.it

Lì, nelle trincee di fango si può anche impazzire, e si deve tenere duro per non essere un codardo, per non venire bollati, giudicati, disprezzati, ma per quanto?
Coward costruisce il senso di questa tensione, su ciò che è consentito nell’idea di maschio/macho, quel non dover cedere alla tenerezza, alla fragilità nel sentimento claustrofobico del rituale bellico, tra gli or-dini dei superiori che non si vedono mai, nello spazio stretto dei dormitori dove ci si può anche abbrac-ciare e piangere e in quello delle trincee di sangue, terra bruciata su cui si striscia, martellato dalle grida dei superiori che non rischiano come i ragazzi la vita.
Dhont restituisce questo universo nei corpi, nei gesti, nei movimenti impercettibili di terrore e di collasso emotivo vietati, puniti, nella distanza ravvicinata con cui li filma escludendo ogni orizzonte. La geometria si interrompe quando davanti agli occhi di Pierre arriva Francis, interpretando una donna che partorisce, e poi vestito da donna negli spettacoli un po’ burlesque che organizzano per rallegrare i soldati.
Fra i due la tensione erotica è subito intensa, un altro impossibile: fuggire, vivere l’amore o tornare dopo la guerra al mondo di prima dove è interdetto?

Cristina Piccino, Il Manifesto