È STATA LA MANO DI DIO

un film di Paolo Sorrentino
Sabato 27 novembre - ore 21.00 Domenica 28 novembre ore 15.00, 18.00 e 21.00

Fabio, chiamato da tutti Fabietto, è figlio di Saverio e Maria. Frequenta la scuola Don Bosco dei Salesiani, deve prendere la maturità, non ha avuto ancora un rapporto sessuale. La sua famiglia gli è molto vicina. Uno dei suoi desideri è la zia Patrizia, seducente ma ritenuta instabile psicologicamente. L’altro è Maradona. Arriva, non arriva, l’ha già preso la Juventus. Il fratello aspetta di essere chiamato da Fellini, la sorella è sempre chiusa in bagno. Poi un giorno, mentre i genitori si trovano nella casa di montagna a Roccaraso, cambia tutto. E da lì deve trovare la forza per andare avanti.

Recensione

Prima del dramma, È stata la mano di Dio ha un tono scanzonato. Sorrentino apre il suo cinema a 360°. Ci mette il cuore e battute degne della migliore commedia (all’) italiana. “Se Maradona non viene a Napoli mi ammazzo” afferma Renato Carpentieri. Poi c’è la signora Gentile che manda tutti affanculo, il fidanzato di Luisella che si regge appena in piedi ma pensa che il suo stato di salute sia invidiabile: “Non bevo e non fumo”. In più gli scherzi di Maria: la voce di Zeffirelli, l’orso mascherato che spaventa Saverio. È stata la mano di Dio è un film sul desiderio, sulla morte, ma anche uno spaccato di un decennio in cui Sorrentino tralascia in parte tutte le costruzioni visive del suo cinema. C’è lo spettro della voce di Fellini (“ma che bravina che sei”), e poi la presenza fondamentale di Antonio Capuano (con cui il regista scriverà la sceneggiatura di Polvere di Napoli), che insulta e stimola, dichiara senza termini che un’aspirante attrice “ha rotto o’ cazzo”. C’è la commedia e il dramma, anzi insieme commedia e dramma. La vera ‘grande bellezza’ è È stata la mano di Dio con attori che danno tutto il meglio tuffandosi in una storia privata, da Toni Servilo, Teresa Saponangelo, Renato Carpentieri e soprattutto la rivelazione Filippo Scotti, che a un certo punto non è più Fabietto ma Fabio. Forse è uno slancio immorale. E stavolta ne pagheremo le colpe. Ma Sorrentino e Guadagnino qui sono vicinissimi. È stata la mano di Dio scorre in dissolvenza con Chiamami col tuo nome. C’è anche qui un diario di formazione, fisico prima di tutto: il desiderio, il sesso, la morte. E il ruolo dei genitori. Sempre complici. Come quelle scene in motorino dove il protagonista viaggia tutti e tre insieme. Figli, madre, padre. E poi l’atroce distacco. La scena di Fabio all’ospedale di Roccaraso è quello che tutti noi vorremmo fare davanti alla perdita tragica. Spaccare tutto, non parlare con nessuno. La vita di colpo si ferma. E anche nelle scene più respingenti, come quella dell’attrice che si esibisce a teatro, Sorrentino rimette efficacemente in gioco una strategia che ha iniziato a funzionare in The Young Pope e The New Pope: ora mostro una scena detestabile e la sto detestando mentre la sto girando. È qui il ‘corpo nudo del suo cinema’. Non ha più filtri, né distanze. Il volto di Fabio appoggiato al finestrino del treno, direzione Roma. Napule è e un’inquadratura che vorremmo che non finisse mai e durasse ancora di più della canzone di Pino Daniele. Chissenefrega di Fellini. Lui da Rimini a Roma. Sorrentino da Napoli. Circa 40 anni di distanza. Stavolta trova la chiave giusta. I veri ‘vitelloni’ sono la sua famiglia.


Simone Emiliani www.sentieriselvaggi.it