Promo

L’ESSERE AMATO

di Rodrigo Sorogoyen
(Spagna / 2026 / Drammatico / 135’)

19, 20, 21, 22* aprile

Dopo anni di silenzio e distanza Esteban, un celebre regista, e sua figlia, abbandonata tredici anni prima e ora attrice in cerca di affermazione, si ritrovano a lavorare allo stesso film. Quella che sembra un’occasione professionale si trasforma in un confronto emotivo inevitabile: sul set emergono segreti, rancori e ferite mai sanate, costringendo entrambi a fare i conti con un passato irrisolto e con il fragile legame che li unisce.

Recensione

Se c’erano dubbi sulla potenza del cinema di Sorogoyen e sulla sua immensa statura nel panorama cinematografico di oggi, El ser querido è lì, appena passato davanti ai nostri occhi, statuario, febbrile, pronto a ridefinire le potenzialità di un autore che sembra depistare le attese e rilanciare le possibilità del suo cinema, film dopo film. Prendiamo la prima scena, lunghissima (18 minuti), dell’incontro a pranzo tra Esteban ed Emilia, risolto con piani strettissimi e uno sviluppo dei dialoghi in medias res avvolgente e ambiguo. Un uomo adulto e una giovane donna che si rivedono dopo anni, imbarazzati, parlano di fare un film insieme. Lui è un regista affermato (due Academy Award) con un passato turbolento che propone a lei, attrice in difficoltà che per guadagnare fa la barista, un ruolo per il suo nuovo film. C’è tensione, forse attrazione, forse affetto; scopriamo solo dopo un po’ che sono padre e figlia che si rivedono dopo almeno quindici anni. La scena è asfissiante e ondivaga, come se fosse un provino per entrambi i personaggi: un padre con i sensi di colpa per aver abbandonato la figlia, e quest’ultima rabbiosa, problematica, probabilmente irrisolta. I due decidono quindi di fare il film e allora cominciano le riprese di un film che forse nessuno crede possa funzionare davvero, tranne il regista. Quindi il film di Rodrigo Sorogoyen inizia dove, in qualche modo, finiva Sentimental Value (Joachim Trier, 2025), di cui sembra quasi essere la versione latina, obliqua, ruvida. Ma più che un omaggio a Bergman, come il film di Joachim Trier, El ser querido potrebbe essere, tra le tante deviazioni ‘aperte’, un film sul ‘fare cinema’ come lo avrebbe diretto Hitchcock, con momenti di suspense portati al limite, come nella straordinaria sequenza del pranzo durante le riprese – speculare alla scena d’apertura – in cui Sorogoyen dilata ancora una volta il tempo e comprime l’emozione tra rabbia ed ironia, facendo implodere il film e i sentimenti dei protagonisti. Forse questo film è Il tè nel deserto di Sorogoyen, con carrellate liriche e abbaglianti e due perfozmance attoriali fuori dal comune. Javier Bardem regista è demone e angelo allo stesso tempo, un vulcano pronto a esplodere o a piangere, quasi lo spettro del Francis Ford Coppola di Apocalypse Now. Di riflesso a una stupefacente Victoria Leungo, che è un impulso di nervi e paesaggio – sì, lei è il paesaggio del padre, il quale probabilmente fa il film che stiamo vedendo solo per inserirla nel quadro, per ren-dere la figlia immagine e quindi, magari anche in un solo frame, riconoscerla!
El ser querido. La persona amata. Soprattutto un film sull’amore, quindi. Con il cinema che agisce come strumento per arrivarci e per ricordarci quanto è faticoso ricostruire e ritrovare la ‘persona amata’. Sorogoyen, attraverso il suo backstage polveroso e tossico, trova l’essenza della vita e dell’arte e allo stesso tempo la sua magnifica sfuggevolezza. Mantiene aperti percorsi, sfumature, ossessioni. Libera i suoi personaggi dopo averli rinchiusi in una magnifica psicoterapia cinematografica. E riesce a lasciare nel fuori campo e ‘oltre il film’ tutto quello che serve al nostro inconscio per rimanere agganciati, ancora una volta, al cinema e alla sua residua necessità. Straordinario.

Carlo Valeri, sentieriselvaggi.it