ERASERHEAD. LA MENTE CHE CANCELLA

V.O.S. Versione Originale con Sottotitoli

Venerdì 20 ottobre
ore 19 e 21.30

Nato in un contesto indipendente e underground, il primo lungometraggio di David Lynch passa in pochi mesi dalle gallerie d’arte di New York alle sale di tutto il mondo. 

Girato in totale autonomia nel 1976, con un pugno di amici e collaboratori fidati, si fa subito notare per l’inquietudine che emana e per lo sconcerto che suscita nei pur ben disposti spettatori. 

 

È il primo incunabolo (ma per alcuni il più radicale e ipnotico) delle visioni lynchane: b/n avanguardistico, narrazione apocalittica, vicende inspiegabili e orrore ovunque, con una trama (un uomo misterioso, con un figlio mostruoso, dentro un futuro post-industriale) pressoché nulla. 

Né fantascienza né horror, anche se i vari distributori nazionali, Italia compresa, provarono a farlo passare per un film di genere. In verità, il dialogo è con il surrealismo, la fotografia industriale, l’underground statunitense. 

 

“Come Shining, Eraserhead stupisce per la capacità di tener fede alla forma linguistica dell’inconscio”, secondo Enrico Ghezzi. A posteriori, va considerato come il film che per primo ha dato voce ai fantasmi interiori di Lynch: non solo alle sue fantasie morbose, ma anche al suo desiderio di purezza.

Scheda tecnica

  • Titolo Originale

    Eraserhead

  • Regia

    David Lynch

  • Paese, anno

    U.S.A.,1977

  • Genere

    Drammatico

  • Durata

    89'

  • Sceneggiatura

    David Lynch

  • Fotografia

    Frederick Elmes, Herbert Cardwell

  • Colonna sonora

    Peter Ivers

  • Montaggio

    Peter Ivers

  • Interpreti

    Jack Nance, Charlotte Stewart, Allen Joseph, Jeanne Bates, Judith Anna Roberts, Laurel Near, Jack Fisk

Recensione

Il primo mostro è – o sembra essere – il regista, David Lynch. Due teste: Eraserhead e Elephant Man. Così diverse l’una dall’altra, si dice in giro. E invece fino a oggi (privilegio e condanna del vivere e scrivere in quest’attimo…) i due film formano un campo meravigliosamente organizzato e coltivato e integrato, percorso da scambi (evidenti, o nascosti come il flusso di certe acque) che ne fanno un unico corpo ma soprattutto un’unica testa girevole, evidentemente a due facce (che si nutrono dello stesso cervello). […]

 

Questo è l’inestimabile pregio di Eraserhead, che (come facilmente si è classificato Elephant Man come film ‘umanistico’ di facile vena…) pure si sarebbe portati a definire classico film ‘d’avanguardia’ sulla linea degli incubi onirici alla Chien andalou. No, Eraserhead non ha nulla della facilità delle inversioni e invenzioni surrealiste, né della studiata figuratività espressionista. Come Elephant Man, si pone sotto il segno dell’ambizione cosmica, agitando e mostrando prima di tutto proprio lo spettro della generazione e della pro-creazione fantastica, il formarsi nel vuoto oscuro di un biancore che diventa forma, sostanza, incubo, elefante, gomma, materia qualsiasi.

Tutto il cinema di Lynch, in Elephant Man in modo più semplificato e paradigmatico e essenziale, in Eraserhead più polifonicamente e complessivamente, è il sorgere di forme che si scontrano, si spezzano, si suddividono, ne procreano altre, senza problemi quanto alla materia, sia essa carne o gomma.

 

Come Shining, Eraserhead stupisce per la capacità di tener fede alla forma linguistica dell’inconscio senza dimenticare di comprendervi la follia ossessiva e lucidamente illuministica di tale stessa intrapresa, senza cioè abbandonarsi al mimetismo onirico. Eraserhead riesce in questo nonostante la fortissima connotazione fantastica di ogni immagine e di ogni inquadratura.

 

[…] Realistico e infernale rumore di una periferia cittadina, ma anche suono di fondo del mondo che ruota dentro il vuoto cosmico; un’orrenda disarmonia delle sfere che rompe la rassicurante e abituale omogeneità del suono filmico, eterno garante della riconoscibilità dei singoli oggetti cinematografici.

(Enrico Ghezzi, “Scena”, n. 1, 1982)

La narrazione di Eraserhead è essa stessa il processo di creazione del narrato. Ciò viene rappresentato come una complessa relazione tra la volontà umana – per prima cosa la tirannia delle parole – e il processo involontario. La massa di materia animata che emerge da Henry senza che abbia alcuna diretta relazione con lui spiega questo atteggiamento di ‘inevitabilità’ pulsionale. […] L’energia rilasciata dalla narrazione deriva dal processo involontario che spinge Mary X e Henry a liberarsi dalle proprie costrizioni. Il film, comunque, non riguarda Mary bensì Henry e la sua liberazione dai “pensieri torbidi e angoscianti” che Lynch ha descritto con queste parole. Eraserhead presenta l’inconscio come un correttivo a ciò che è “torbido e angosciante”. Per quanto assurda la figura della donna nel radiatore possa apparire, l’unione di Henry con lei è il dono offertogli dal suo subconscio e rappresenta un contatto con la realtà che viene altrimenti oscurato da tutto ciò che ‘cresce’, anche in termini narrativi, intorno al protagonista. Noi possiamo comprendere ancora meglio Eraserhead se ascoltiamo la frase di Lynch sui “pensieri torbidi e angoscianti” nel contesto del senso narrativo mostrato nei film successivi e delle sue influenze primarie. Dobbiamo, cioè, concludere che egli si sta riferendo al lato oscuro delle forme linguistiche che rabbuiano importanti tratti della realtà di Henry. La struttura narrativa del film descrive così la doppia natura che tanto eccita Lynch. Da una parte, è una forma limitante, persino oppressiva. Dall’altra, ciò contiene – misteriosamente e paradossalmente – una forma di energia, incarnata dalla donna che danza, che produce una strana ‘libertà’ dentro quegli stessi confini.

(Martha P. Nochimson, The Passion of David Lynch, University of Texas Press, Austin 1997).

 

Meritando di essere considerato come un fenomeno oltre che come film, Eraserhead è radicalmente differente da The Rocky Horror Picture Show dal punto di vista del rapporto con il suo pubblico. Gli spettatori ridono abbastanza spesso, ma mai in maniera esagerata e senza alcuna traccia dello spirito di clan; e il film non diventa oggetto di un proprio rituale. Spogliato del suo culto, The Rocky Horror Picture Show non ha praticamente alcun interesse; con o senza i suoi fedeli partigiani e i suoi rari critici, Eraserhead è senza alcun dubbio un avvenimento decisivo per la storia del cinema fantastico. […] I pensieri, le ispirazioni, i timori, le emozioni, le tentazioni, i deliri: una delle ragioni che fanno sì che Eraserhead ricordi così tanto Bataille, la sua estetica e poetica del disgusto, è la determinazione dell’artista a mescolare tutto […]. In più, l’impatto del surrealismo su Lynch sembra essere stato decisivo – si pensi ai ready-made di Duchamp e al gusto di Buñuel per i sogni -, e infatti se il film può avere un modello ancestrale nel cinema (in opposizione a un modello ancestrale pittorico), questo è probabilmente Un chien andalou, sebbene certi stati emozionali (penso soprattutto all’orrore per il sesso, per la procreazione e la paternità che ha quasi un’aria ecologica) siano totalmente propri di questo film.

(Jonathan Rosenbaum, Eraserhead à New York. Un film-culte, “Cahiers du Cinéma”, n. 19, 1981)

 

Fonte: Il Cinema Ritrovato

David Lynch

Durante la sua lunga carriera, Lynch ha sviluppato un innovativo stile narrativo e visivo, che ha reso i suoi film riconoscibili al pubblico internazionale per la loro forte componente surrealista, le loro sequenze angosciose e oniriche, le immagini crude e strane e il sonoro estremamente suggestivo. 

Spesso i suoi lavori esplorano il lato oscuro delle piccole città statunitensi (ad esempio Velluto blu e la serie televisiva Twin Peaks) e delle metropoli caotiche (Strade perdute, Mulholland Drive, Inland Empire – L’impero della mente) nonché i lati più oscuri, intimi e intricati della mente umana.

 

È anche pittore, musicista, compositore, attore, montatore, scenografo e scrittore. Nonostante non riscuota sempre successo ai box office, Lynch è apprezzato dai critici e gode di un cospicuo seguito di fan. Nel corso degli anni ha ricevuto tre nomination al Premio Oscar per la regia (per The Elephant Man, Velluto blu e Mulholland Drive), la Palma d’oro al Festival di Cannes 1990 per Cuore selvaggio, il Prix de la mise en scène a quello del 2001 con Mulholland Drive e il Leone d’Oro alla carriera durante la 63ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, in occasione della proiezione in anteprima mondiale di Inland Empire – L’impero della mente nella sezione fuori concorso.