FATHERLAND
(Polonia, Francia, Germania / 2026 / Drammatico - Biografico / 82’)
30 novembre e 01, 02, 03 dicembre
Miglior Regia Festival di Cannes 2026
Nel 1949 Thomas Mann fa ritorno in Germania, assieme alla figlia Erika, dopo 16 anni di esilio a causa del nazismo. Il grande scrittore deve ricevere l’importantissimo premio Goethe, ma finisce per doversi recare a due cerimonie: una nella Germania gestita dagli americani, l’altra in quella governata dai sovietici.
Recensione
È un film di bellezza e potenza rare, quello portato in Concorso a Cannes dal regista polacco Paweł Pawlikowski, che andrebbe ringraziato anche per aver ricordato a tutti che si possono realizzare grandi opere in 80 minuti. Si tratta di un’ora e venti di nettezza e nitore, emozioni e pensiero che riflettono sull’arte, l’utopia e la Storia, ma non solo quella passata in cui è ambientato il racconto, bensì quella presente in questa Europa nuovamente stolida e “binaria”, capace di procedura ma incapace di pensare all’unica cosa che conta: l’utopia. Fatherland è un film sull’utopia che abiura il manicheismo, un road movie fisico e mentale sui rovelli di due intellettuali, il premio Nobel Thomas Mann e sua figlia Erika, costretti come tutti nel divenire del tempo, capaci di prendere posizione inequivocabile contro i fascismi, ma anche desiderosi di spegnere la radio che, nel confine tra la Germania Est e quella Ovest, trasmette da una parte cori sovietici e dall’altra scanzonate canzoncine americane. Basterebbe questa azione di Erika, nel prefinale in macchina col padre, come metafora del viaggio intrapreso: dopo la mostruosità del Terzo Reich, la logica non può essere solo quella dell’adesione a un sistema o a un altro, sempre propagandistico. Mann e la figlia, fieramente antinazisti, sentono che l’Europa che sorge dalle macerie della Seconda guerra mondiale dovrebbe andare molto più in profondità, attingere molto più radicalmente alla propria cultura e capire la propria aporia. Mann ed Erika, in questa opera semplice e bipartita, dovranno quindi recarsi a ritirare due premi e lo scrittore tenere due discorsi e partecipare a due cerimonie: una organizzata dal mondo capitalista e l’altra dal mondo comunista. Da una parte, un banchetto elegante di marmi, luci e sfavillio, dall’altra un pranzo popolare con il capo del distretto di fronte al coro dei fanciulli, che inneggiano al futuro socialista diretti dall’orgogliosa maestra (notevole il dialogo in cui il capo-zona legge Goethe in chiave marxista). In mezzo due personalità molto complesse e un fantasma che aleggia. La prima lunga inquadratura del film, che ne costituisce il prologo, è non a caso dedicata a questo fantasma ossia a Klaus Mann (August Diehl), l’inquieto figlio suicida dello scrittore che si toglie la vita proprio durante il ritorno dei congiunti in quella terra tedesca in cui lui, dice, non avrebbe messo più piede. Si può credere ancora in qualcosa? E se sì, a cosa? Questa domanda, posta da questo grande film nel suo emozionante incipit, è diretta a noi quanto a Erika Mann: a cosa possiamo credere oggi? Il film di Pawlikowski non può, giustamente, rispondere in maniera assertiva poiché sarebbe la negazione della propria sofferta dialettica interna. Eppure la sua apertura finale a una sorta di speranza, di fede, di non cedimento morale, è forte e commovente.
In questa triangolazione tra una donna fortissima, un padre che è umano e immortale in vita e un figlio perduto nella delusione del campo politico/sociale, si snoda in Fatherland la ricerca di un approdo, obiettivo che passa soltanto dalla comprensione piena delle radici culturali che ci abitano e della nostra posizione di “eredi”. La responsabilità del nostro futuro europeo sembra già lì, nel 1949 raccontato da Pawlikowski. Non strumentalizzare, non propagandare, non semplificare: bisognerebbe, umanisticamente, pensare.
Elisa Battistini quinlan.it

