FAVOLACCE

di Fabio e Damiano D’Innocenzo (Italia / 2020 / Drammatico / 98')

12, 13, 14, 15 ottobre

Una calda estate in un quartiere periferico di Roma. Nelle villette a schiera vivono alcune famiglie in cui il senso di disagio costituisce la cifra esistenziale comune anche quando si tenta di mascherarlo. I genitori sono frustrati dall’idea di vivere lì e non altrove, di avere (o non avere) un lavoro insoddisfacente, di non avere in definitiva raggiunto lo status sociale che pensavano di meritare. I figli vivono in questo clima e ne assorbono la negatività cercando di difendersene come possono e magari anche di reagire.

Scheda tecnica

  • Titolo Originale

    Favolacce

  • Regia

    Damiano e Fabio D'Innocenzo

  • Paese, anno

    Italia,2020

  • Genere

    Drammatico

  • Durata

    98'

  • Sceneggiatura

    Damiano e Fabio D'Innocenzo

  • Fotografia

    Paolo Carnera

  • Colonna sonora

  • Montaggio

    Esmeralda Calabria

  • Interpreti

    Elio Germano, Tommaso Di Cola, Giulietta Rebeggiani, Gabriel Montesi, Justin Korovkin

Recensione

Una storia vera ispirata a una storia falsa. “Una favola nera ambientata nella provincia romana, tra la malinconica litoranea brutalmente costruita ed una campagna che è stata palude. Una piccola comunità di famiglie, i loro figli adolescenti, la scuola. Un mondo apparentemente normale dove, silente cova il sadismo sottile dei padri”.
Esattamente dove si colloca Favolacce? A Spinaceto, è lo stesso film a precisarlo. Anche se declinassimo sul piano temporale la domanda, verrebbe facile rispondere: tutto lascerebbe ricondurre al nostro presente. Lo scenario è un ambiente di vita chiuso e protetto, un enclave in cui un io narrante, neutrale rispetto ai fatti ma non del tutto estraneo, tenta goffamente di colmare le lacune che emergono dalle pagine del diario di una bambina trovato fortuitamente: «non resto colpito dai fatti in se, ma dalla sensazione di misteriosa reticenza che mi provocano, come se non tutto fosse effettivamente su carta eppure presente con pesantezza». Una diagnosi che ispira subito inquietudine, che ci lascia in attesa della rasoiata di una sfumatura, ponendoci con sospetto di fronte ai fatti, così da cogliere ogni crepa nella diga che contiene quel mondo apparentemente cartesiano che cela, forse, segreti orrorifici.
E segnali perturbanti affiorano immediatamente: più che le piccole e quotidiane meschinità a disorientare sono le reazioni dei personaggi: quelle degli adulti, sempre esasperate rispetto alle situazioni, come se fossero affetti da disturbo bipolare; di segno opposto, ma altrettanto indecifrabili i comportamenti dei ragazzini, che sembrano incapaci di comprendere l’utilità dei sentimenti e osservano quanto accade con freddezza, quasi siano assoggettati all’imperante deriva anaffettiva che che corrode tutti. Su ognuno grava un senso di colpa, concetto che non è da leggersi in senso cristiano: non è una chiave per capire il male, non è l’ostacolo che ciascuno deve affrontare e superare per forgiare la propria personalità. È piuttosto una dimensione antropologica diffusa, una funzione sociale che può transitare da un individuo all’altro in modo tutto sommato indifferente.
La torsione a cui i fratelli D’Innocenzo sottopongono la realtà assume i contorni di un thriller fantascientifico, ciò a cui danno forma è una “fantascienza del presente” da intendersi in chiave ballardiana: colgono, quelle che nella percezione comune sono ancora solo metafore, o impressioni, o tendenze e tentano di renderle letterali, e perciò esplicite, innervate nella struttura narrativa, una narrazione sempre in bilico tra la verità di chi scrive e la verità del reale (a dircelo, fin da subito, è quel narratore ignoto già prima incontrato: «Quanto segue è ispirato a una storia vera. La storia vera è ispirata a una storia falsa. La storia falsa non è molto ispirata»). Questa scelta dà modo ai registi di trovare una forma attraverso la quale raccontare l’indicibile, l’orrore secco, il fascino mostruoso e rinnovato della morte e infatti l’ipotesi della fine è presente quasi sempre, o è latente, è l’ombra e l’anima della storia. Per rispondere, quindi, all’interrogativo iniziale, Favolacce si colloca un po’ più in là di ciò che intendiamo come realtà.

Matteo Marelli, www.spietati.it