FJORD
(Norvegia, Romania, Svezia / 2026 / Drammatico / 146’)
15, 16, 17, 18 febbraio
Palma d’Oro Festival di Cannes 2026 e Premio FIPRESCI Festival di Cannes 2026
La famiglia Gheorghiu, una coppia rumeno-norvegese profondamente religiosa, si stabilisce in un villaggio alla fine di un fiordo, dove stringe rapidamente amicizia con i vicini, gli Halberg. I figli delle due famiglie diventano molto legati, nonostante le diverse educazioni ricevute. Quando il personale scolastico scopre dei lividi sul corpo di Elia, la maggiore dei figli Gheorghiu, la comunità si interroga se la causa possa essere l’educazione tradizionale impartita dai genitori ai figli Gheorghiu.
Recensione
Ogni film di Cristian Mungiu si ritrova in un’impasse. Si annoda su un punto di frizione da cui nasce la tensione narrativa e morale. Di solito è quel punto in cui l’individuo si trova a scontrarsi con una realtà sociale o istituzionale, finendo per rimanere intrappolato in un freddo groviglio di leggi, regole, usi, costumi o malcostumi, che stabiliscono una logica di imposizione e di esclusione. Fjord non fa eccezione. La famiglia Gheorghiu si è appena trasferita dalla Romania in un piccolissimo villaggio su un fiordo norvegese. Il punto è che si tratta di una famiglia di forti convinzioni religiose, di fede evangelista, e che cresce i suoi cinque figli secondo valori e regole profondamente tradizionali: tanto catechismo, niente smartphone, videogiochi, YouTube, niente eccessi, persino niente balli. E un rigido sistema di punizione, per ogni comportamento che va troppo in là. È chiaro che una famiglia del genere è destinata a incontrare l’incomprensione della laica e progressista società norvegese. Ma le cose si complicano il giorno in cui la figlia più grande, Elia, si presenta a scuola con dei lividi e dei graffi sul collo. Subito interviene il servizio di protezione dei minori, e da lì parte il lungo calvario dei Gheorghiu, alle prese con il sistema giudiziario e assistenziale norvegese.
Mungiu ripropone i temi che ossessionano il suo cinema. Il conflitto tra valori tradizionali e le aspirazioni di progresso, tra la fede e i vincoli imposti dalla religione, tra la coscienza e l’adattamento, tra le ragioni ideali e l’intrico della realtà. Pone delle domande, a cui non è facile dare risposta certa, netta, immediata, a meno che non si scelga di restare nella miopia del partito preso e del pregiudizio. Questioni che, come nel precedente Animali selvatici, si addensano in un discorso sull’incomprensione, la paura e il rifiuto dell’altro. Cambiano le latitudini, ma la storia è sempre la stessa. Nel gelo della Norvegia, i conflitti non esplodono nella rabbia. Ma non per questo sono meno violenti, scorrono sotto la pelle di una sostanziale ipocrisia e indifferenza, appena mascherate dalla retorica perbenista dell’inclusività. Fjord non cambia la forma e la sostanza del suo cinema, nonostante lo spiazzamento di un altro luogo: a Mungiu basta seguire in maniera implacabile le premesse date. Sempre più secondo un andamento kafkiano, che pone il singolo di fronte all’assurdo burocratico, cifra, forse, di una distanza e di un mistero più profondi e inestricabili.
È chiaro, dal modo in cui Mungiu racconta l’irreprensibile sistema sociale norvegese, la sua perplessità per un modello progressista tutt’altro che empatico. Ma non per questo, ai suoi e ai nostri occhi, i Gheorghiu diventano necessariamente delle vittime. Rimane comunque un’ombra, la sensazione di qualcosa di respingente. Uno sguardo più caldo, partecipe, è riservato ad altri. A Mia, forse, la donna che decide di assumere la difesa di Mihai e Lisbet. Ma ancor più ai ragazzi, che si ritrovano per la prima volta faccia a faccia con la realtà delle cose. E soprattutto la problematica Noora. A cui è affidata, infatti, l’ultima commovente immagine.
Aldo Spiniello, sentieriselvaggi.it
[…] Insomma, Fjord è l’ennesima variazione sul tema del mito di Antigone, dello scontro tra diritto positi-vo e giusnaturalismo, in contesti sempre più complessi e con la complicazione della moderna società massmediale e social-dipendente, in cui le opinioni si comprano un tanto al chilo e scorrono come fiumi in piena.
Ed è l’ennesima variazione sul tema della locuzione evangelica “chi è senza peccato, scagli la prima pie-tra”, come dimostrano i vicini di casa dei Gheorghiu, padre preside, moglie avvocato e figlia problemati-ca, che si taglia i polsi per diletto, pur essendo cresciuta in un ambiente razional-progressista e senza punizioni corporali.
In un contesto già drammaticamente complesso e complicato, Mungiu si diverte a testare ulteriormente lo spettatore e nel mezzo di una direzione di grande rigore formale e realismo impeccabile propone l’ennesima provocazione: quelle valanghe che minacciano il fiordo, simbolo di una natura che reagisce al male dell’uomo.
Vincenzo Chieppa, ondacinema.it

