FOXTROT. LA DANZA DEL DESTINO

un film di Samuel Maoz

09, 10, 11 ottobre

Quando degli ufficiali dell’esercito si presentano alla porta di casa e annunciano la morte del figlio Jonathan, la vita di Michael e Dafna viene sconvolta. Tutto appare incredibile e forse lo è: qualcosa di terribile è accaduto nell’isolato posto di guardia in cui il ragazzo prestava servizio sotto le armi – ma cosa, come, quando e perché?

Scheda tecnica

  • Titolo Originale

    Foxtrot

  • Regia

    Samuel Maoz

  • Paese, anno

    Israele, Germania, Francia,2018

  • Genere

    Drammatico

  • Durata

    113'

  • Sceneggiatura

    Samuel Maoz

  • Fotografia

    Giora Bejach

  • Colonna sonora

    Peter Nashel Ophir Leibovitch, Amit Poznansky

  • Montaggio

    Arik Leibovitch, Guy Nemesh

  • Interpreti

    Lior Ashkenazi, Sarah Adler, Yonatan Shiray, Shira Haas, Dekel Adin

Recensione

Otto anni dopo il trionfo di Lebanon, Leone d’Oro nel 2009, l’israeliano Samuel Maoz torna al Lido con Foxtrot, schizofrenica opera seconda dagli echi vagamente felliniani che ha raccolto sentiti applausi al termine della proiezione ufficiale con la stampa. Una pellicola in 3 atti che prende immediatamente vita con un dramma: l’annuncio del decesso di un figlio ai propri genitori.

L’esistenza di Michael e Dafna viene di fatto sconvolta. Se la donna viene sedata con dei tranquillanti dagli ufficiali dell’esercito, l’uomo vive la notizia con crescente rabbia, fino a quando un’incredibile comunicazione non giunge inattesa in casa.

E’ un film a più facce, questo Foxtrot targato Maoz, autore di una sceneggiatura che si fa parabola filosofica attraverso il rapporto a distanza tra un padre e un figlio. Due entità che incrociano i propri destini nel corso di una pellicola che non è mai quel che sembra, tra voluta ironia, smaccata drammaticità, intermezzi animati in salsa erotica e improvvisi passi di danza nel bel mezzo del nulla. Un ballo, il foxtrot, in cui non a caso si torna sempre al punto di partenza, ovunque voi siate andati nel mentre.

Maoz si concentra sugli sguardi dei suoi protagonisti inseguendoli nel dolore, nella noia, nella compassione, nella rabbia, nella paura, nell’amore. Un trionfo di idee, per il regista israeliano, autore di un’opera di difficile classificazione perché in grado di mutare più e più volte nel corso del suo svolgimento.

Registicamente impeccabile, con momenti di grandissimo cinema tanto visionario quanto grottesco, Foxtrot vive di metafore alternando lacrime e risate (con un cammello in grado di racchiudere entrambe), tra elaborazione del lutto e casualità, (in)dimenticati aneddoti dal passato e indelebili ricordi bellici. Non a caso lo stesso Maoz prese parte all’invasione di Israele in Libano, nel 1982. All’epoca soldato appena 20enne, il regista è rimasto evidentemente segnato da un’adolescenza militare prima raccontata nell’acclamato Lebanon ed ora nuovamente ripresa con questa opera seconda, che vede quattro giovani soldati annoiati co-protagonisti.

Viaggiando liberamente tra spazio e tempo Maoz spiazza, con uno stile avvolgente, elegante, mai scontato ed uno sguardo ancor più affinato, rispetto all’esordio del 2009. Eccellente nella gestione dell’emozioni Lior Ashkenazi, padre travolto dalla perdita di un figlio, così come la splendida Sarah Adler, madre che fatica a rielaborare l’amaro destino a cui è andata incontro la sua famiglia, e il giovane Yonatan Shiray, ventenne più vicino alla penna da disegno che al fucile, purtroppo per lui imbracciato giorno e notte in uno sperduto posto di blocco.

Foxtrot ha il pregio di osare, di spingersi oltre il limite per scommettere su generi diversi e far discutere. Tutti aspettano qualcosa che non arriverà mai, a cavallo tra i lavori di Brecht e il teatro di Beckett. E l’unica certezza è che il destino verrà a bussare alla nostra porta, senza poter sfuggire all’inevitabile. La speranza, con un briciolo di ottimismo, fa capolino nel terzo atto, dove le risate intelligenti lasciano il palco alla forza delle emozioni. Il dramma da camera che soffocava i protagonisti nelle prime sequenze lascia entrare un po’ d’aria. E Foxtrot respira, è pieno di vita, anche nel raccontare il dramma di questo cupo presente.

Federico Boni 
Gian Luca Pisacanae