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FUORI

di Mario Martone
(Italia, Francia / 2025 / Drammatico / 115’)

22, 23, 24, 25 settembre

Nastro d’Argento alla Miglior Attrice Protagonista e Nastro d’Argento alla Miglior Attrice Non Protagonista

Roma, 1980: la scrittrice Goliarda Sapienza è appena uscita dal carcere, dove è stata rinchiusa per aver rubato e rivenduto dei gioielli. Ora che è fuori, deve trovarsi un lavoro, perché le sue collaborazioni come correttrice di bozze e giornalista non sono sufficienti. Nel cassetto ha il manoscritto di L’arte della gioia, che al momento nessuno vuole (in Italia nessuno lo pubblicherà se non dopo l’enorme successo oltralpe). Nel tempo sospeso dopo la sua scarcerazione Goliarda trova conforto solo nella presenza di due ex compagne di carcere, Roberta e Barbara, l’una arrestata per motivi politici, l’altra per aver aiutato un malvivente di cui è innamorata.

Recensione

Quando Goliarda Sapienza va a consegnare le bozze di un articolo che ha corretto, sull’orologio elettronico dell’ufficio del direttore si legge la data del 2 agosto. Siamo nell’estate del 1980. Quindi è il giorno della strage alla stazione di Bologna. A parte quel datario non c’è nessun riferimento diretto all’avvenimento. La Storia sembra essere fuori, ma è sempre dentro. Un po’ come le nuove amiche di Goliarda Sapienza, le compagne che ha incontrato in carcere a Rebibbia: “loro, anche quando sono fuori, è come se fossero dentro”, spiegherà, “e quando sono con loro, anch’io mi sento ancora dentro, cioè libera”. Spiazzamento clamoroso. Fuori racconta un’estate di Goliarda Sapienza, appena uscita dal carcere di Rebibbia dove è stata rinchiusa per il furto di alcuni gioielli di un’amica-amante. Un momento duro per la scrittrice, senza più un soldo, alla disperata ricerca di un lavoro, ormai disillusa dall’idea di veder pubblicato quello che sarà il suo grande capolavoro, L’arte della gioia. L’unica cosa che sembra restituirle un po’ di fiato è il rapporto con le donne che ha conosciuto a Rebibbia, in particolare Roberta, anima disperata, eroinomane, delinquente abituale, intrigata dalla lotta armata e dal brigatismo. L’arco narrativo si svolge, dunque, in un periodo breve. Eppure senza l’esatta percezione della durata. Quei pochi giorni trascorsi in carcere da Goliarda sembrano un’eternità. Riemergono per frammenti, sull’onda dei ricordi, di un’emozione o di un pensiero. Mentre i giorni fuori, nel caldo dell’estate romana, sembrano immobili, sospesi come in una vacanza, o in un “tempo carcerario”, inutile. Vissuto nell’afa, tra fischi di cicale e una luce straordinaria che a tratti par quasi smaterializzare i contorni della città. Eccola l’altra grande protagonista del film, Roma. E Roma è una città dove il Tempo è condensato, dove tutte le epoche si sono stratificate nell’architettura. Dove insieme alle rovine, alle glorie dell’antichità, poco più in là trovi i palazzi contemporanei o i prati e i rovi della periferia. Nel film tutto il trattamento degli spazi è straordinario. A cominciare dall’incipit, con l’ingresso in carcere di Goliarda, in quella specie di sottopasso di stazione, che verrà palesemente duplicato nel finale, quando Roberta e Goliarda si ritroveranno a Termini. Martone ci tiene a richiamare a più riprese questa dimensione carceraria. Dentro-fuori. Fuori-dentro. Come dovrebbe essere vissuto il cinema. Entrare e uscire dalla sala, dalla finzione, dalla gabbia dell’inquadratura. Che infatti qui si chiude e si apre in un’infinità di punti di rottura. Mente sono le nostre sensazioni ed emozioni a ridefinire in continuazione i confini dello spazio e del tempo. E della visione. Eccoci arrivati al punto. Perché tutto questo lavoro formale e narrativo, per Mario Martone, ha senso nella misura in cui si muove al ritmo del sentire di Goliarda Sapienza. Che “vive amori e furori in egual misura”. Che è sempre presente, eppur sempre altrove. Che sa di non appartenere più, forse di non di essere mai appartenuta, a quel mondo di intellettuali sterili. E che, perciò, cerca una nuova forma di solidarietà con le sue compagne di cella. Eppure rimane sempre staccata dal piano di realtà, come le rinfaccia, incazzandosi, Roberta. Ma, proprio per questo, è solo Goliarda, ad aprire squarci tra le maglie della storia, delle relazioni, delle idee.

Ecco: Mario Martone ci regala un film magnifico ed enorme. Grazie alle sue interpreti e a tutto il cast. Ma soprattutto grazie al suo sguardo inquieto, inclassificabile, libero. Che diventa straziante nel finale, quando racconta l’ultimo incontro tra Goliarda e Roberta.

 

Aldo Spiniello, sentieriselvaggi.it