GIOVANI MADRI
(Belgio, Francia / 2025 / Drammatico / 104’)
12, 13, 14, 15, gennaio
Prix du scénario a Jean-Pierre e Luc Dardenne Festival di Cannes 2025
Il film racconta le storie di cinque giovani madri che vivono in una casa famiglia. Le protagoniste, Jessica, Perla, Julie, Ariane e Naïma, affrontano le sfide della maternità e cercano di costruire un futuro migliore per sé e per i loro figli, in un contesto di difficoltà e solitudine. Il film esplora le loro vite, le loro speranze e le loro difficoltà, mostrando come cercano di superare gli ostacoli e di trovare la propria strada, con un’attenzione particolare ai legami che si creano all’interno della casa famiglia. Il film è stato ispirato da una visita dei Dardenne a una casa materna nella zona di Liegi, dove hanno raccolto storie e spunti per la sceneggiatura.
Recensione
Il film racconta le storie di cinque giovani madri che vivono in una casa famiglia. Le protagoniste, Jessica, Perla, Julie, Ariane e Naïma, affrontano le sfide della maternità e cercano di costruire un futuro migliore per sé e per i loro figli, in un contesto di difficoltà e solitudine. Il film esplora le loro vite, le loro speranze e le loro difficoltà, mostrando come cercano di superare gli ostacoli e di trovare la propria strada, con un’attenzione particolare ai legami che si creano all’interno della casa famiglia. Il film è stato ispirato da una visita dei Dardenne a una casa materna nella zona di Liegi, dove hanno raccolto storie e spunti per la sceneggiatura.
Con Jeunes Mères, i fratelli Dardenne ritrovano quella luce che in alcune recenti prove (Young Ahmed, Tori et Lokita) era rimasta soffocata da allegorie pesanti o da una drammaturgia troppo scoperta. Qui, finalmente, la macchina da presa non cerca più di dominare la realtà, ma si mette umilmente al suo servizio con una chiaroveggenza etica rara: non si limita a rappresentare l’umano, ma lo cerca, lo ascolta, lo accompagna. È un film che pulsa, che pedina, che aderisce al tempo del reale come a un battito cardiaco, fragile e vitale insieme. È il cinema che abbiamo imparato ad amare: sonda intima, rabdomante capace di percepire il respiro nascosto del mondo là dove il mondo smette di guardare.
Cinque ragazze, non ancora maggiorenni, vivono in una casa famiglia che è più argine che rifugio. Jessica, Perla, Julie, Naïma, Ariane: nomi che evocano promesse ferite, destini precoci. Sono lì per imparare a essere madri, ma prima ancora per imparare a essere figlie, corpi, voci, soglie. Vite nate sul ciglio, incerte, mai davvero iniziate, eppure già chiamate a dare inizio ad altre vite.
I Dardenne non raccontano, cercano. Non costruiscono, seguono. Non dirigono, accompagnano. Credono ancora nella flagranza dell’accadere, si fidano del gesto più che della parola, del volto più che del discorso. Commovente, perché fuori tempo. Un cinema che non teme di restare indietro, se è lì che può ancora trovare l’umano. Che non cerca redenzione, ma soltanto uno sguardo giusto.
Gli spazi – strade battute avanti e indietro, stanze troppo strette, abitacoli in movimento – non sono sfondo ma linguaggio. Geografie interiori attraversate a fatica, mentre si spingono avanti passeggini carichi di angosce e orizzonti. È una mappa sentimentale quella tracciata dal film: i luoghi si definiscono dove si prende cura, dove l’altro è accolto, dove la relazione fonda l’identità. Famiglia, suggerisce il film, è dove sei riconosciuto.
Tutto si gioca lì, nel riconoscimento. Le ragazze protagoniste sono identità interrotte, amputate alla radice, cresciute senza amore o con un amore distorto. Il passato non consola, pesa: madri assenti, alcolizzate, adulti egoisti lasciano fardelli muti, ferite aperte. Ma il presente del film – un presente eterno, esposto, precario – apre uno spiraglio: quello di una seconda possibilità. Nel gesto più radicale e difficile: esserci per un altro. È qui che il film diventa dichiarazione politica e poetica insieme.
Quando poi arriva la musica – intradiegetica, rara – non è ornamento ma fenditura. Contrappunto di speranza. Prova che qualcosa può cambiare. Che dopo tanto dolore può insinuarsi ancora una nota diversa.
I Dardenne lavorano con attrici giovanissime, con neonati. Ogni gesto ha il peso nudo della verità. La frontalità è totale, ma mai invadente. Il rischio della retorica, della commozione facile è costante, ma viene disinnescato dall’accadere stesso della vita, dal suo disordine salvifico, dal suo farsi incessante e imprevedibile.
Jeunes Mères scarta ogni consolazione per abbracciare un’idea più radicale: la possibilità di trasformare, di riscrivere, di interrompere una catena. Non salva nessuno, ma accoglie tutti. Non spiega, accompagna. E in questo gesto – tenero, laico, disarmato – i Dardenne ritrovano il senso più profondo del loro cinema. Perché guardare, semplicemente guardare, è già una forma di cura, forse l’ultima possibile.
Gianluca Arnone, cinematografo.it

