GIRL

un film di Lukas Dhont

11, 12, 13 dicembre

Lara, quindici anni, studia per diventare una ballerina e il suo sogno è di diventare un’étoile. Con il sostegno del padre, si impegna strenuamente per il coronamento del proprio sogno. Il suo corpo, tuttavia, non si piega facilmente alla disciplina imposta da Lara, perché è nata ragazzo…

Scheda tecnica

  • Titolo Originale

    Girl

  • Regia

    Lukas Dhont

  • Paese, anno

    Belgio,2018

  • Genere

    Drammatico

  • Durata

    105'

  • Sceneggiatura

    Lukas Dhont, Angelo Tijssens

  • Fotografia

    Frank van den Eeden

  • Colonna sonora

    Valentin Hadjadj

  • Montaggio

    Alain Dessauvage

  • Interpreti

    Victor Polster, Arieh Worthalter, Oliver Bodart, Tijmen Govaerts, Katelijne Damen

Recensione

Ormoni e danza en pointe; danza en pointe e ormoni. Una routine quotidiana sfibrante, fatta di incredibili rinunce, di mutazioni fisiche. Una quotidianità di continue rimozioni, di identità celate, sognate, disperatamente inseguite.
Lara salta, piroetta, si alza sulle punte. Relevé, attitude, arabesque, développé, plié, pirouettes, rond de jambe. Una, cento, mille volte. Uno, cento, mille giorni. Questa è una vita. L’altra è praticamente uguale: uno, cento, mille ormoni. Tutti i giorni, conoscendo il punto di partenza ma non quello d’arrivo. Lara danza, salta, corre, non di ferma mai. Lara soffre in silenzio. Lara sorride. Lara sorride sempre.
Lara è il cuore pulsante di Girl. È il corpo che catalizza la macchina da presa. È il punto di partenza e arrivo della storia scritta da Dhont e Angelo Tijssens. Lara è anche il corpo che catalizza lo sguardo di uomini che non può avere e che non possono averla; di compagne di scuola e di danza che la accolgono e la respingono; di una famiglia e un padre comprensivo, ma anche spaesato, inevitabilmente impreparato – ma come si può essere preparati di fronte a un’adolescente?
Lara è una ballerina. In sostanza, un’atleta. Un corpo fuori dal comune. Anche Victor Polster è un ballerino. Ovviamente. Ed è questo il primo, fondamentale e complicatissimo passo di Girl e di Lukas Dhont: trovare Lara. Lara la ballerina, ma anche Lara la transgender. Un casting quasi miracoloso: Victor Polster è Lara, è Lara in ogni singola inquadratura, ondeggiando impercettibilmente tra una cristallina femminilità e minime sfumature mascoline. Inseguito da una macchina da presa che si incolla al suo volto, Polster offre una performance attoriale straordinariamente minuziosa: leggiamo nei suoi occhi, nella postura del corpo, nel minimo movimento delle labbra o delle dita tra i capelli gli stati d’animo trattenuti, soffocati, appena sussurrati. Lara soffre in silenzio, ma noi la vediamo, continuiamo a guardarla mentre volteggia. E volteggia, volteggia, volteggia. Ogni singolo volteggio è una stilettata, è la lineare, elegante e incisiva metafora di un percorso parallelo che la trasformerà definitivamente in una donna. Anche se donna è sempre stata.
Quante volte abbiamo visto, letto, ascoltato questa storia? Ma Girl ha alcune qualità fondamentali. La prima si chiama Victor Polster, attore e ballerino 25enne, l’interprete che ogni regista vorrebbe, perché l’incarnazione è profonda e insieme epidermica, è commovente, totale. Victor diventa letteralmente il dolore del corpo di Lara intrappolato nella carne di uno sconosciuto (maschio).*
La seconda qualità sta nella regia di Lukas Dhont, giovane esordiente, belga, ventiseienne, che non ha un’estetica da esibire, non ha uno stile da imporre alla storia, ma si mette al servizio della persona (l’attore Victor) e del personaggio (Lara l’eroina coraggiosa), e lavora sulla percezione di sé e degli altri (e sulla percezione di sé che si percepisce negli altri). Tutto è fondato sulla relazione tra i corpi nello spazio dell’inquadratura, tra quello ideale costruito da Lara e quello nascosto, camuffato di Victor, che subisce la sua violenza (ma anche qui, cosa è naturale e cosa ideale, dove finisce la carne e inizia la cultura?). Splendide le scene di danza, nella loro routine ossessiva, in un crescendo di sadico trasporto: ci ritroviamo trascinati nel movimento elegante e furioso (doloroso) di un corpo che sembra voler sbocciare dentro l’altro, ma non riesce mai a uscire davvero, fino all’ultima sequenza quasi allucinatoria. Si perdonano volentieri i “peccati di gioventù”, le sequenze che si piacciono troppo, i momenti in cui la storia sembra girare in tondo, il post-finale quasi giubilatorio. Meglio quel riflesso sul vetro di un ospedale in cui sembra di vedere sia l’uomo che la donna (il volto rinnegato del ragazzo e il viso amato della ragazza), mischiati ma definitivamente separati.**


*Enrico Azzano www.quinlan.it
** Fabrizio Tassi www.cineforum.it