GIULIO REGENI – TUTTO IL MALE DEL MONDO
(Italia / 2026 / Documentario / 105’)
Giovedì 09 luglio, ore 21.30
Anfiteatro di Palazzo Toaldi Capra
via Pasubio, 52 – Schio (VI)
In caso di maltempo gli spettacoli si svolgeranno
al 1° piano di Palazzo Toaldi Capra, in Sala Affreschi.
La programmazione potrebbe subire variazioni.
Recensione
Con Giulio Regeni – Tutto il male del mondo, Simone Manetti e la sua squadra di autori (Emanuele Cava e Matteo Billi sceneggiatori, Enzo Pompeo al montaggio, Gianluca Ceresoli alla fotografia) compiono un’operazione avanzatissima di immersione nel vuoto della post-verità. Da questo punto di vista, il documentario prodotto da Ganesh Produzioni prosegue il lavoro di intervento sull’archivio che Manetti porta avanti da Ciao amore, vado a combattere e che negli anni ha attraversato sia le storie “ufficiali” d’Italia come Marta Russo che quelle più “private” come lo strepitoso Sono innamorato di Pippa Bacca – ogni volta alla ricerca di un repertorio capace di raccontare la coda delle immagini, quello che l’archivio rivela una volta lasciato scorrere, sedimentare, riecheggiare.
La sensazione preponderante affrontando la visione di questo lavoro dedicato alla terribile vicenda di Giulio Regeni è infatti quella dell’annegamento, dell’asfissia, della perdita costante di punti di riferimento: è un risultato che il documentario raggiunge attraverso una stratificazione pressante di immagini spurie, sgranate, buie, poco leggibili, eccedenti, recuperate attraverso un impressionante lavoro di ricerca che scandaglia fonti più o meno istituzionali, dai canali televisivi della propaganda egiziana alle nostre reti istituzionali fino agli abissi del web. È probabilmente così che deve aver iniziato a sentirsi Giulio Regeni al Cairo, quando quello che stava accadendo intorno a lui ha progressivamente preso la piega della cospirazione, del complotto: il documentario assume via via l’inquietudine paranoica di chi realizza che qualsiasi chiave di lettura del reale di fronte ai propri occhi è fallace, menzognera, deve per forza di cose nascondere una minaccia.
In questo c’è l’aspetto di maggiore urgenza dell’opera sul contemporaneo, anche al di là del caso che tenta di ricostruire, che resta però vertiginosamente un omicidio per cui è in corso un processo in assenza degli imputati. I quattro agenti della National Security egiziana contro i quali vengono tenute le udienze iniziate nella primavera del 2024 sono infatti irreperibili: e così il documentario aggiunge un ulteriore livello di straniamento a questa storia, mostrandoci le sedute di un processo caratterizzato dall’intangibilità dei processati. I vuoti, appunto, come le tracce evanescenti lasciate dalle decine di figure, di comprimari, che attraversano questa vicenda e fanno capolino tra le ricostruzioni, i messaggi sul telefono, le testimonianze in tribunale, le strane visite a casa.
Sin dalle prime sequenze, Manetti decide allora di negare allo spettatore una percezione rassicurante della situazione, le inquadrature recuperate da fonti amatoriali sono tutte sporche, storte, sghembe, sono riprese nascoste, punti di vista ciechi – torna alla mente il lavoro compiuto da Alex Gibney con il suo imprescindibile Taxi to the dark side, punto di riferimento abbastanza evidente di Giulio Regeni – Tutto il male del mondo.
In tutta questa frammentazione, in questa dimostrazione dell’ipnocrazia del regime di al-Sisi, come la si chiamerebbe oggi, la figura di Regeni resiste, non solo attraverso le parole delle interviste esclusive ai genitori Claudio e Paola e all’avvocato Alessandra Ballerini, ma innanzitutto come apparizione tra le maglie del repertorio, come sempre accade l’archivio trattiene finché può ma poi c’è sempre quell’istante in cui il contatto si perde, quel saluto di Giulio alla persona che lo sta riprendendo di nascosto per poi tradirlo, quel momento in cui vorresti mantenerlo in campo ma le storie riprese dalle immagini devono proseguire, spietate, inarrestabili, fagocitanti.
Sergio Sozzo, www.sentieriselvaggi.it

