GLI SDRAIATI

un film di Francesca Archibugi

23, 24, 25 gennaio 2018

Giorgio e Tito sono padre e figlio. Due mondi opposti che si scontrano all’interno di un appartamento a Milano. Giorgio è un giornalista di successo, celebre volto di un programma televisivo, stimato da colleghi e circondato da amici. 

Tito è un adolescente e, come tale, è mosso da un insieme di emozioni complesse che non si preoccupa di articolare o esprimere, specie a suo padre. 

È pigro come solo un adolescente può essere. Giorgio fa il possibile per cercare di capirlo. Il suo sogno è portarlo sul Colle della Nasca, per la vendemmia, ma lui non ne vuole sapere. Tito si sente soffocato dalle attenzioni di suo padre e preferisce passare tutto il giorno con il suo gruppo di amici, mangiando, parlando di niente e giocando ai videogiochi. 

Finché un giorno, senza preavviso, comunica al padre di voler raggiungerlo in Liguria per la vendemmia. Dopo una serie di incidenti e malintesi, in qualche modo padre e figlio troveranno il modo di comunicare… o almeno ci proveranno.

Scheda tecnica

  • Titolo Originale

    Gli sdraiati

  • Regia

    Francesca Archibugi

  • Paese, anno

    Italia,2017

  • Genere

    Commedia

  • Durata

    n.d.

  • Sceneggiatura

    Francesca Archibugi, Francesco Piccolo

  • Fotografia

    Chicca Ungaro

  • Colonna sonora

    -

  • Montaggio

    -

  • Interpreti

    Claudio Bisio, Antonia Truppo

Recensione

Francesca Archibugi sta girando il suo nuovo film nella calura paralizzante di Milano: una città dove non ha mai abitato e che la incanta, lei romana. “Una città ordinata, gentile, bella”. Né poteva girarlo altrove, perché il romanzo a cui si ispira è di pura civiltà milanese, dentro quel tratto di borghesia educata che ha belle professioni, belle case, che si separa senza clamori; che tenta di allevare i figli come può capitare oggi, un po’ qua un po’ là, in due case separate, un genitore alla volta e un mondo giovane che clicca e clicca e vede tutto chiuso in un piccolo schermo.

Il titolo del film, è lo stesso del libro e in una sola magica parola racconta una società, una generazione, una continuità nell’apparente precipizio che sembra separare come non mai i Vecchi e i Giovani: Gli sdraiati, cioè gli adolescenti che un tempo si chiamavano di “buona famiglia”, oggi allargata o ristretta, che in begli appartamenti se ne stanno ore appallottolati, addormentati, su divani di design, come i senzatetto di Delhi abitano un marciapiede, un cespuglio, una tomba. “Leggo Michele Serra da quando ero bambina, adoravo il suo Cuore, lo seguo tutti i giorni, Gli sdraiati mi ha incantato: un padre, un figlio, le ansie di un padre, i suoi sensi di colpa e la voglia di capire, di accettare, di trasmettere, il bisogno di amore e libertà di un figlio, il disagio di chi cresce come tanti non con una famiglia ma con due genitori, l’incontro difficile tra un mondo che pare vecchio e inutile, e un mondo che pare nuovo e insicuro”.

Francesca Archibugi è una donna bella con noncuranza e il pensiero al lavoro di queste settimane. Nei suoi film, come Mignon è partita e L’albero delle pere, ha spesso raccontato di adolescenti e bambini, ma con Gli sdraiati privilegia però la figura del padre. L’incanto del libro di Serra, uscito nel 2013, è fatto dalla scrittura, dalle parole che sanno raccontare emozioni, passeggiate, arredi, silenzi, cieli, posacenere, parolacce, sentimenti, rimpianti, scarponi, sudori, circondando il lettore di verità. “Abbiamo scritto la sceneggiatura Francesco Piccolo e io, Serra non ha voluto intervenire: quando poi l’ha letta è rimasto sorpreso, ci ha chiesto perché ci riferivamo al suo libro quando abbiamo creato attorno ai suoi personaggi altri personaggi e altre storie. Ma per noi il libro ha contato moltissimo, perché il protagonista, il padre raccontato da Serra, è il cuore pulsante della storia, un cuore d’inverno, un uomo di peso sociale, conosciuto, un intellettuale, che però è incapace di farsi rispettare dal figlio, verso cui ha un senso più d’inadeguatezza che di colpa. Il film si basa su questa figura, se non lo avessimo ricordato ci sarebbe sembrato di appropriarci di una cosa non nostra”.

 

La trama per necessità cinematografiche infatti si arricchisce di fatti lontani e dimenticati, di sospetti pericolosi, del branco dei compagni del figlio, di ragazze, della madre ed ex moglie, del bel lavoro del padre, del racconto di quelle vite benestanti e colte, la vendemmia chic, l’arrampicata in montagna fuori moda, le seconde case eleganti. “Il cinema italiano si occupa di vite operaie, mafiose, di borgata, dialettali: ha come un rifiuto a raccontare la borghesia, come se si vergognasse di conoscerla, di darle un valore, di sfiorarne la cultura, e penso cosa sarebbe il cinema americano senza Woody Allen. La nostra borghesia è una miniera di storie, basta non averne paura”.

 

Natalia Aspesi www.repubblica.it

Francesca
Archibugi

Nata a Roma il 16 maggio 1960. Frequenta il Centro Sperimentale di Cinematografia e tra il 1980 e il 1983 realizza alcuni cortometraggi e il documentario commissionato dal Comune di Roma La piccola avventura, sui bambini handicappati.Nel 1987 esordisce dietro la macchina da presa con Mignon è partita, con cui vince cinque David di Donatello, due nastri d’argento e il premio per la miglior opera prima al Festival di San Sebastian. 

Seguono Verso sera, Il grande cocomero, Con gli occhi chiusi e L’albero delle pere, Lezioni di volo, Questione di cuore, Il nome del figlio e Gli sdraiati