I SEGRETI DI WIND RIVER

di Taylor Sheridan (Canada, U.S.A. / 2017 / Thriller / 111')

Mercoledì 10 luglio, ore 21.30

Anfiteatro di Palazzo Toaldi Capra
via Pasubio, 52 – Schio (VI)

In caso di maltempo gli spettacoli saranno annullati.

Recensione

Sopravvivere o cadere
Cory Lambert è un cacciatore di predatori nella riserva indiana di Wind River, margine ultimo del durissimo paesaggio invernale del Wyoming. Mentre segue le tracce di un puma che minaccia gli allevamenti locali, scopre il cadavere abusato di una giovane ragazza indiana. È presto chiaro che si tratti di omicidio.

Per Cory non è soltanto un crimine contro la comunità di cui fa parte, ma il richiamo brutale a un dolore profondo, con cui ha imparato faticosamente a convivere da tre anni: sua figlia, amica della vittima, era morta in circostanze altrettanto misteriose, abbandonata esangue alla natura selvaggia.
Intanto l’FBI, per gettare luce sul caso, invia a Wind River la recluta Jane Banner, senza esperienza ma coriacea, che individua immediatamente in Cory un punto di riferimento per le indagini. Da qui comincia il lungo ma lineare percorso di I segreti di Wind River, con cui Taylor Sheridan, premiato per questa sua prima vera regia all’Un Certain Regard di Cannes 2017, chiude idealmente una personale trilogia da sceneggiatore, che includeva Sicario e Hell or High Water.
Tutto funziona in questo ibrido dolente fra thriller e western, dove però non è solo il mistero narrativo della ricerca del colpevole a interessare l’autore, bensì la geografia, fisica e umana, in cui questa ricerca preme sulle ferite dei personaggi. Una ferita che attiene al dolore quasi atavico della perdita, o della privazione, che la comunità indiana quotidianamente deve affrontare e che non riguarda soltanto i molti crimini da cui è colpita, ma la temperatura morale entro cui è condannata a vivere: ogni giorno a Wind River occorre scegliere se vivere o morire, far esplodere una rabbia che urla dentro di sé o imparare a convertirla in forza interiore, abitare il dolore o lasciarsi cadere e soccombere. Questa dimensione di sopravvivenza è affrontata da Sheridan con sguardo terso, quasi naturalista, ben lontano dalle tensioni metafisiche dei Coen o de Il silenzio degli innocenti, immancabilmente affiancati a questo film in nome di oblique strategie promozionali. La stessa risoluzione del crimine si genera attraverso una rottura improvvisa del plot – con un flashback essenziale e piuttosto memorabile – che ben dimostra come la violenza e il male siano per Sheridan meccanismi a orologeria insiti nella cultura e nella vita di un luogo, alimentati dalla dialettica incessante tra individuo e tessuto sociale. Fanno il resto gli spaventosi paesaggi innevati del Wyoming, correlativo oggettivo di una purezza selvaggia solcata dai rasoi delle motoslitte e dal sangue dei più deboli, gli ottimi interpreti – primo fra tutti Jeremy Renner, che in mano ha un conflitto morale molto sottile e difficile – e le splendide suggestioni sonore di Nick Cave e Warren Ellis.

Marco Longo, mediacritica.it