I TUTTO FARE

un film di Neus Ballus
10 - 11 - 12 - 13 Ottobre

Barcellona. Valero e Pep sono i due operai di una piccola impresa di riparazioni idrauliche ed elettriche di cui la moglie di uno dei due è la contabile. Nel momento in cui Pep deve andare in pensione diventa necessario trovare un sostituto che viene individuato in Moha, un giovane marocchino. Valero non riesce a nascondere la diffidenza nei confronti di questo immigrato con cui dovrebbe collaborare e gli concede sei giorni per dimostrare ciò che vale.

Recensione

Il tema dell’integrazione, con i relativi ostacoli, viene affrontato da Ballús attraverso un’intelligente commistione tra uno stile puramente documentarista e i toni tipici della commedia spagnola. La regista segue passo dopo passo, tra un rubinetto otturato dopo l’altro, i suoi protagonisti che si “immergono” nei contesti casalinghi più disparati dell’hinterland catalano. Ricchi, poveri, giovani e anziani: fare l’idraulico, o meglio, il tuttofare, non è solamente aggiustare qualche tubo o sistemare la corrente. Significa entrare in contatto con le realtà più disparate tra loro. E per questo, è fondamentale saper rapportarsi con chiunque si incontri.

Valero, nonostante le rassicurazioni da parte di Pep, è preoccupato dalla possibilità che il giovane Moha non sia in grado di dialogare con i clienti. D’altronde, il ragazzo non conosce ancora bene il catalano e questo potrebbe essere un problema. Ma fin dal primo giorno Moha dimostra di cavarsela perfettamente con le persone con cui entra in contatto. I clienti rimangono tremendamente incuriositi dalla sua presenza e ci instaurano naturalmente un dialogo senza alcun tipo di pregiudizio. Con il procedere del film risulta chiaro che il pregiudizio del capo idraulico nei confronti del giovane sia dato più dalla paura di perdere il compagno di lavoro da una vita, l’esperto Pep. Sono, difatti, le certezze del preposto a venire meno, e l’inserimento di un variabile sconosciuta come Moha attiva in lui un sistema di autodifesa. Così, Valero si rifugia dietro alla facile barriera del pregiudizio culturale. Ma c’è di più. Il senso di inadeguatezza del protagonista nato e cresciuto a Barcellona diventa lo specchio riflettente di un mondo occidentale che ha perso le proprie certezze e che spesso e volentieri preferisce rifugiarsi nel razzismo per poter puntare il dito contro qualcuno e non dover fare i conti con le proprie debolezze.

L’altra faccia della medaglia sono i due compagni di stanza di Moha. Anche loro immigrati marocchini, ormai hanno perso la fiducia in un processo di integrazione fallito in partenza. Per loro, se sei arabo non troverai lavoro a prescindere e non vale più la pena farsi in quattro per trovare un posto fisso. In questo contesto di stallo che non produce altro che diffidenza e diseguaglianza, irrompe Moha, un ragazzo con la testa sulle spalle, serio, che studia fino a tarda notte per imparare una lingua diametralmente opposta alla sua. Anche davanti a questo tipo di perseveranza non non c’è spazio per l’integrazione? La risposta sembra essere racchiusa nella sequenza finale di I tuttofare in cui i ruoli di “straniero” e “casalingo” si ribaltano per qualche minuto. Ecco che, finalmente, si ripristina il vero dialogo tra persone, un dialogo che perde qualsiasi coordinata di autoreferenzialità ma che parte dalla consapevolezza dell’altro da sè. Ciò che più colpisce del film di Ballús è la capacità di far ridere evitando qualsiasi tipo di cliché sul tema trattato. La comicità, mai cercata attraverso inutili forzature, proviene da un sapiente utilizzo del montaggio e da un eccellente struttura dei dialoghi. I personaggi, nel corso delle loro visite casalinghe, si ritrovano all’interno di numerose circostanze stranianti all’interno delle quali non sanno come comportarsi. Azzeccatissima la narrazione episodica che ripercorre ciascun giorno della settimana ma che non rischia mai di spezzettare la fluidità di un progetto fin troppo breve.

Giorgio Amadori, www.sentieriselvaggi.it