Promo

IL CANTO DELLA FORESTA

di Vincent Munier
(Francia / 2025 / Documentario / 95’)

14, 15, 16, 17 dicembre

Genziana d’Oro come Miglior Film al Trento Film Festival 2026, Miglior Documentario César Awards 2026

Una casa in un bosco illuminata da fioche luci di candele e abitata da tre persone di altrettante generazioni: un nonno, Michel Munier, un padre, Vincent Munier e Simon, il giovane figlio di Vincent. Attorno a un tavolo, col riverbero delle candele che donano un grande senso di intimità e pace, si raccontano le tante meraviglie che la foresta regala loro ogni giorno e ogni notte.

Recensione

L’intenzione che guida i tre protagonisti, come rileva bene il titolo internazionale del francese Les chants de la forêts (“I canti della foresta”) è quella di nascondere il più possibile la propria presenza, non invadere: Whispers in the Woods (“Sussurri tra i boschi”) sottolinea non tanto la presenza umana, ma la necessità di farsi da parte, di farsi piccoli, quali sono.
Perché a sussurrare, anche negli interni del loro piccolo chalet, sono gli uomini che non vogliono e non devono essere di disturbo e di allarme per gli animali; è la precondizione per poter far sì che l’animale si avvicini loro, o permetta loro di avvicinarsi. È una postura decisa, essere in ascolto della “foresta che canta”, non in azione, in un gioco di sguardi che spesso sorprende lo spettatore del documentario naturalistico, ovvero ogni volta che la bestia fissa l’obiettivo, dopo essersi accorta che qualcuno la guarda. Pazienza e lunghe attese ripagano: l’incontro con una lince, un gufo, una coppia di cervi che lottano, e molte altre epifanie, grandi e piccole, che compensano appostamenti scomodi e umidi. E danno a volte anche i brividi di paura, di fronte a esseri che nel migliore dei casi abbiamo visto solo tra le pagine di libri o fumetti (come Il viaggio di Shuna di Hayao Miyazaki, che si intravede velocemente letto da Simon). Animali pazientemente accreditati sui titoli di coda, in parità con gli attori di specie umana.
Sospeso tra i codici documentaristici – con suggestivi piani fissi, come la sequenza d’inizio, di conifere avviluppate in nebbie dissolventi, come in un dipinto romantico ottocentesco – e una sorta di sceneggia-tura in cui i dialoghi tra familiari assomigliano a una fiaba sapienziale, Whispers in the Woods è anche una formidabile occasione, che la visione in sala esalta al massimo, di disintossicazione dal rumore, che oggi non è più solo urbano ma ormai invade ogni spazio, anche periferico. Teorizza il mettersi in ascolto come la reale pratica ecologica, il lasciare che “i canti della foresta” possano trovare il loro spazio e ritmo, senza delle gerarchie: dal più piccolo gufo al sorprendente richiamo del canto del gallo cedrone. Fatta eccezione per qualche misurato intervento musicale e lo score etereo di Warren Ellis (come nel precedente, ma estremamente più parlato La pantera delle nevi), il dato sonoro non prevale su, ma precede quello visivo, ristabilisce una complementarietà che rifiuta l’urgenza dell’occhio di essere continua-mente soddisfatto, intrattenuto; abbraccia la consapevolezza di darsi tempo per cogliere il dettaglio, l’immediatamente invisibile agli occhi, appunto. Ricco di spunti didattici e pensato, in una schematica tripartizione, come un romanzo di formazione, Whispers in the Woods ricorda l’irrilevanza dell’umano (“siamo in ciò che passa”), la continuità di vita e morte, che si riflette nel passaggio di testimone e di saperi tra generazioni, ma anche nel ciclo degli esseri viventi, quali le piante. Rimette in proporzione l’uomo rispetto all’immensità del cosmo, invita al rispetto dell’ambiente a partire dall’imparare a percepirlo: un’esperienza sinestetica.

Raffaella Giancristofaro, mymovies.it