IL GRANDE PASSO

di Antonio Padovan (Commedia, 2019, Italia, 96')

Lunedì 26 luglio, ore 21.30

Anfiteatro di Palazzo Toaldi Capra
via Pasubio, 52 – Schio (VI)

In caso di maltempo gli spettacoli saranno annullati.

Recensione

Mario vive a Roma, Dario nel Polesine. Mario ha una ferramenta, Dario un casolare. Mario segue le regole, Dario le disprezza. Figli dello stesso padre e di madre diversa, Mario e Dario sono fratelli ma non hanno niente in comune. Lontani e spaiati, condividono soltanto il dolore dell’abbandono paterno. La follia di Dario, genio incompreso dell’ingegneria aerospaziale, provoca suo malgrado la loro riunione. Dopo un tentativo di lanciarsi sulla Luna finito con un campo incendiato e la denuncia del vicino, Dario viene condannato al ricovero coatto ma l’intervento provvidenziale di Mario cambia il corso degli eventi e punta la Luna.

Favola lunare di Antonio Padovan (Finchè c’è prosecco c’è speranza), Il grande passo s’inscrive nella tradizione della commedia italiana, in cui si distingue senza sovvertirla.

Alla maniera del personaggio affaccendato e immerso di Giuseppe Battiston, il film di Padovan avanza per tentativi e (s)lanci che provano a staccare terra con risultati altalenanti. Il punto forte (e morbido) del film sono i due protagonisti, innocenti a piene mani, che smussano gli angoli di un mondo cinico.

A immagine dei suoi eroi ammaccati, Il grande passo è un film generoso. Generoso coi suoi personaggi e generoso nel suo elogio ai ‘sognatori’ che appena si mettono a parlare della Luna innalzano la prosa del quotidiano a un grado di rarefazione lirica toccante. Padovan non dimentica di mostrare il biasimo di cui sono bersaglio i visionari senza pigiare mai sul tasto della ‘cattiveria’.

La costruzione ironica del personaggio fallimentare e inadeguato è bilanciata da una dolcezza che ‘conviene’ ai suoi antieroi comici, che coltivano la leggerezza a dispetto della ‘gravità’. E la gravità diventa la condizione di misura di un film che scommette sulla Luna ma non decolla facendosi emblema della cronica difficoltà del cinema italiano a raccontare con suggestione storie e vite, cogliendone i tratti reali e mescolandoli a echi letterari.

Esiste, nella lunga tradizione letteraria italiana, un repertorio di immagini e poeti lunari che trovano nella solo presenza della Luna un momento di sospesa contemplazione e di rapimento. Per non parlare della copiosa letteratura (e filmografia) di figure paradigmatiche e conflitti illuminanti ispirate dal Nordest. Il grande passo è lontano dalla precisione antropologica con cui il Nordest veniva messo in scena, in un passato prossimo della commedia nostrana, nella specificità caratteriale e comportamentale dei suoi abitanti.

Padovan accende i motori di una favola cosmicomica coi piedi per terra e il cuore sulla Luna e poi infila la scorciatoia poetica del perdente (riscattato), figura sufficientemente stereotipata per funzionare a qualsiasi latitudine, declinata in due corpi che incarnano da soli la romanità e la ‘nordestinità’. Il grande passo è in fondo l’incontro di due influenze maggiori, guarda a nordest della “commedia all’italiana” e scommette sul ‘ménage di coppia’ Nord(est) e Sud.

Senza ‘inguaiare’ il cinema italiano, Giuseppe Battiston e Stefano Fresi abitano con lunghi silenzi e poetica marginalità le deserte pianure venete coi suoi personaggi da bar e l’imprescindibile Roberto Citran, quieto e distinto incantesimo che da anni rischiara il cinema italiano. Le reminiscenze, forti e onorabili, restano tuttavia disattivate. A mancare è pure quell’abilità che aveva Carlo Mazzacurati a mostrare il vuoto della provincia, a trovare un altrove nella provincia. In un film che ha la Luna come orizzonte di riferimento a venir meno è il balzo fuori da un quadro limitato e un’immagine convenzionale. Il grande passo resta a terra, quella terra da cui anche per Dario è così “difficile andarsene”. Ma attendiamo fiduciosi il prossimo lancio.