IL MIO CAMMINO
(Australia / 2024 / Drammatico / 98’)
Venerdì 03 luglio, ore 21.30
In collaborazione con CAI – Sezione di Schio. Biglietto ridotto soci CAI
Anfiteatro di Palazzo Toaldi Capra
via Pasubio, 52 – Schio (VI)
In caso di maltempo gli spettacoli si svolgeranno
al 1° piano di Palazzo Toaldi Capra, in Sala Affreschi.
La programmazione potrebbe subire variazioni.
Recensione
Una pellicola che, senza ombra di dubbio, sa riempire il cuore dello spettatore — soprattutto di coloro che si accingono a vederla dopo aver compiuto il Cammino di Santiago, dopo aver sperimentato in prima persona il senso profondo del viaggio: un’esperienza tanto fisica quanto spirituale, capace di svelare nuovi lati di sé. Pur con una narrazione estremamente semplice e un approccio sceneggiativo e registico piuttosto didascalico — che rende la visione più adatta a un medium televisivo che non al grande schermo — il film riesce comunque a trasmettere la veridicità dell’esperienza. Racconta con autenticità l’essenza del percorso psicologico che ogni pellegrino affronta, a partire dalla preparazione: dalla lettura dei libri per comprendere le tappe e localizzare gli ostelli, fino alla ricerca del giusto peso dello zaino, dove ogni grammo in eccesso può diventare un ostacolo. In una scena particolarmente divertente, vediamo il protagonista — interpretato con grande naturalezza da Chris Haywood — pesare ogni oggetto sulla bilancia da cucina, perfino le mutande, per evitare che lo zaino superi il 10% del proprio peso corporeo. Un gesto che può sembrare assurdo, ma che chiunque abbia affrontato il Cammino con un minimo di preparazione riconoscerà come assolutamente realistico: perché nel viaggio, più si è leggeri, meno si fatica. La rappresentazione del Cammino prosegue con coerenza e realismo, mantenendo un tono leggero, umoristico e spesso comico — soprattutto nella prima parte del film. Non manca, ad esempio, il classico siparietto sul russare negli ostelli: il protagonista, durante la notte, russa così profondamente da impedire il sonno ai suoi compagni di viaggio. Compagni che incontrerà in momenti diversi lungo i suoi trentun giorni di cammino, con i quali stringerà legami profondi e autentici. La pellicola non si concentra tanto sul luogo, sulla rappresentazione paesaggistica del Cammino tra natura e città, quanto sulle interazioni umane, raccontando lo scambio di opinioni, il confidarsi reciproco, l’aprirsi completamente allo sconosciuto incontrato lungo il viaggio. Vediamo così il protagonista entrare in contatto con altre persone: individui che lo aiutano ad affrontare le difficoltà del percorso, aggravate dai dolori al ginocchio malconcio, e che, a loro volta, aprono il proprio cuore a lui, condividendo storie personali, anche tragiche — come quella di una ragazza malata, alla ricerca di perdono per aver causato la morte dell’uomo che amava. n ognuno dei suoi compagni di viaggio, Bill ricerca la risposta alla sua domanda portante: cosa mi ha spinto a intraprendere questo cammino? Perché lo sto facendo? Non a caso, il protagonista rivolge questa stessa domanda a tutte le persone che incontra lungo il percorso, nella speranza che le loro risposte possano illuminare anche la sua. È proprio questa domanda che gli consente di ascoltare i racconti più intimi e profondi dei suoi compagni di viaggio. Attraverso il dialogo, Bill entra in contatto con le fragilità, le speranze e i dolori degli altri pellegrini, scoprendo che il Cammino è fatto anche — e forse soprattutto — di condivisione emotiva. Ogni risposta ricevuta diventa uno specchio, un frammento di verità che lo avvicina alla comprensione di sé. Questi racconti, pur potenzialmente carichi di emotività, non vengono mai narrati attraverso atmosfere cupe o drammatiche, ma sempre con un tocco di leggerezza, lasciando trasparire un senso di bontà e affetto tra le persone. Il dramma, in questa pellicola, non trova spazio: a prevalere è un tono lieve, che talvolta sfiora la commedia, anche se la risata è confinata quasi esclusivamente ai primi venti minuti del film.
Sicuramente, pur senza grandi qualità registiche e con un approccio che potremmo definire scolastico, il film funziona. Riesce a emozionare, proprio grazie alla sua leggerezza, sia chi ha vissuto in prima persona l’esperienza del Cammino di Santiago, sia chi non l’ha mai percorso, ma conosce qualcuno che lo ha fatto. Il film dedicato all’esperienza del Cammino di Santiago si rivela un racconto sincero e accessibile, capace di restituire con leggerezza e umanità l’essenza di un’esperienza trasformativa. La narrazione, pur semplice e priva di ambizioni cinematografiche elevate, riesce a coinvolgere lo spettatore grazie alla sua autenticità, alla delicatezza dei rapporti umani e alla capacità di evocare il senso profondo del viaggio
Stefano Del Giudice, www.locchiodelcineasta.it

