IN GUERRA

un film di Stéphane Brizé

16, 17, 18 aprile 2018

La fabbrica Perrin è un’impresa specializzata in apparecchiature per auto dove lavorano 1100 operai. A causa della crisi il proprietario dell’azienda chiede un sacrificio salariale ai propri dipendenti, promettendo, in cambio, la sicurezza del posto di lavoro per almeno cinque anni. Dopo due anni l’azienda annuncia di voler chiudere i battenti. Laurent Amédéo e i suoi colleghi iniziano una lunga serie di proteste, una guerra, per ottenere il rispetto degli accordi sottoscritti.

Scheda tecnica

  • Titolo Originale

    En Guerre

  • Regia

    Stéphane Brizé

  • Paese, anno

    Francia,2018

  • Genere

    Drammatico

  • Durata

    101'

  • Sceneggiatura

    Stéphane Brizé, Olivier Gorce

  • Fotografia

    Eric Dumont

  • Colonna sonora

    Bertrand Blessing

  • Montaggio

    Anne Klotz

  • Interpreti

    Vincent Lindon

Recensione

Stéphane Brizé torna ad occuparsi, dopo tre anni, della realtà contemporanea del mondo del lavoro francese. Con il suo attore feticcio Vincent Lindon (Laurent Amédéo, nel film) Brizé affronta il valore sociale del lavoro, la sua necessità ontologica, ma da un punto di vista diverso rispetto alla Loi du marché (2015). Il lavoro in entrambi i film è affrontato non solo come un mezzo di sostentamento, ma anche come parametro della dignità umana. La possibilità di occuparsi, anche materialmente, di chi ci è vicino è associato alla possibilità di uno sforzo, fisico e psicologico dell’individuo, che usa le proprie capacità per beneficiare chi lo circonda. Quando, come nel precedente La legge del mercato, questo sforzo si traduce nel controllo dell’Altro (di chi entra nel supermercato, cosi come dei propri colleghi) e nella rigida applicazione di norme che non tengono conto delle vicissitudini delle persone, delle motivazioni dei loro atti, il lavoro si traduce in sofferenza interiore e può condurre il lavoratore all’amletica scelta: rimanere un essere umano coerente con i propri principi o soddisfare le necessità quotidiane della famiglia? Una scelta che spesso sfocia in dramma interiore.

Nel caso di En guerre, il punto di vista è completamente diverso: l’attenzione del regista si sposta dal conflitto interiore alla guerra concreta, reale. Nella sua ultima opera le dinamiche personali lasciano spazio alle dinamiche “esteriori”: tra operai e datore di lavoro —quest’ultimo pronto a violare il patto con i dipendenti in nome del profitto — tra dipendenti e politici francesi, tra i lavoratori stessi alle prese con diverse esigenze (alcuni pensano di poter accettare la buonuscita, altri sono pronti alla lotta ad oltranza). D’altra parte al regista francese non interessa approfondire le ripercussioni negative della globalizzazione sugli operai che vivono nella Francia alle prese con la crisi. La delocalizzazione del resto, come dimostra la politica industriale della Cina in Africa, non è più un fenomeno che riguarda solo l’Occidente.

Brizé sceglie invece di focalizzare la propria attenzione sulle ragioni della rabbia dei lavoratori e su come questi intendano reagire alla decisione dell’azienda. La rottura arbitraria del patto non causa solo la rivolta degli operai ma rende insanabile il contrasto: se si tradisce la parola data, in base a quale fiducia si può raggiungere un accordo? D’altra parte l’intervento delle istituzioni, il loro timido tentativo di trovare una mediazione, non fa che rendere ancora più evidente la solitudine dei lavoratori rispetto alla realtà che li circonda.

Il regista racconta la lotta “con rabbia controllata: i suoi movimenti di macchina, i suoi stacchi di montaggio ruvidi e improvvisi corrispondono al nervosismo latente che si respira in ogni riunione[1] ed esprime, in questo modo, non solo un giudizio sul presente (gli scioperi in Francia contro la riforma del lavoro di Macron), ma anche un monito rispetto al futuro. Un avviso che non riguarda solo il mondo francese. Attraverso la rappresentazione della rottura del patto stipulato Brizé rivela, implicitamente, la natura storica dei diritti dei lavoratori. La loro esistenza è il risultato di lotte, di una guerre che subordinava le esigenze individuali alle necessità collettive di un gruppo di cui ci si sentiva parte. Davanti alla possibilità che tali diritti ci possano essere tolti, l’unica soluzione sembra essere quella di tornare a lottare per una loro riaffermazione. Un tornare indietro (scioperi ad oltranza, picchetti davanti ai cancelli) per poter andare avanti.

 

Giaime Ernesto Pupin

[1] Giancarlo Usai, Ondacinema.it, da http://www.ondacinema.it/film/recensione/en-guerre.html