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INSHALLAH A BOY

un film di Amjad Al Rasheed
(Giordania / 2023 / Drammatico / 113’)

Venerdì 19 luglio, ore 21.30

Anfiteatro di Palazzo Toaldi Capra
via Pasubio, 52 – Schio (VI)

In caso di maltempo gli spettacoli saranno annullati.

Recensione

Nawal ha una figlia ancora bambina e vorrebbe concepire un altro figlio ma la morte improvvisa del marito sconvolge la sua vita. Il fratello dovrebbe sostenerla ma è comunque vincolato dal rispetto delle tradizioni. Il cognato, che aveva venduto un pick-up al marito e deve ricevere ancora delle rate di pagamento, inizia ad avanzare pretese pecuniarie. Se Nawal fosse incinta e se il nascituro fosse un maschio le cose cambierebbero.

Il regista giordano ha trovato nella sua attrice protagonista Mouna Hawa l’interprete perfetta (e riconosciuta con diversi premi a festival internazionali) per la sua Nawal. Si tratta di una donna come tante, non sicuramente di una suffragetta islamica. La morte inaspettata del marito le fa scoprire una molteplicità di figure, parentali e non, che fino ad allora non avevano manifestato il loro vero volto. A partire dallo stesso consorte che non solo non aveva più un lavoro da mesi ed aveva dei debiti ma conservava almeno un altro segreto. Il cognato accampa i propri diritti cercando inizialmente di privarla del pick-up, non ancora del tutto pagato, per poi passare all’appartamento di cui lei aveva contribuito all’acquisizione ma senza poter esibire prove documentali. Tutto il mondo maschile che la circonda, anche chi è convinto di stare dalla sua parte, finisce con il volerla, in un modo o nell’altro, condizionare.

Al Rasheed colloca l’azione ad Amman e in tal modo ci fa conoscere un’altra faccia dell’imposizione alle donne di codici di comportamento che alcune giocoforza interiorizzano accettandoli ed altre no. Perché grazie al lavoro di badante di un’anziana signora immobilizzata su una sedia a rotelle a cui Nawal attende quotidianamente (rientrando a casa tardi e questo viene usato contro di lei) ci viene aperto un altro microcosmo. Quello cioè di una famiglia benestante cristiano maronita dove però i rigidi codici di sottomissione al maschio, non importa se totalmente privo di scrupoli, imperano.

Ci viene quindi ricordato che non si tratta solo, come semplicisticamente si potrebbe pensare, di una tradizione religiosa contro un’altra ma piuttosto di humus culturale diffuso contro cui è difficile combattere. Nawal lo fa senza proclami ma con l’amore che ha per la figlia e cercando di sfruttare tutte le scarse vie legali che i maschi lasciano alle donne per esercitare dei diritti che non dovrebbero neppure essere enunciati tanto sono, si potrebbe dire, naturali.
di Giancarlo Zappoli, mymovies.it