JOJO RABBIT

un film di Taika Waititi (2020 / U.S.A / Commedia / 108')

Sabato 25/01/20 - ore 21.00
Domenica 26/01/20 - ore 16:00, 18:00, 20:30*

* Spettacolo in versione originale con sottotitoli in italiano

Prezzi riservati ai Soci
Intero: 6,5 euro
Ridotto: 5,5 euro (over 65 anni, under 14 anni)

Prezzi al pubblico
Intero: 7 euro 
Ridotto: 6 euro (over 65 anni, under 14 anni)

Recensione

Sei candidature agli oscar tra cui miglior film, miglior attrice non protagonista (Scarlett Johansson) e miglior sceneggiatura non originale.

La storia di un bambino che vive in un villaggio tedesco sotto Terzo Reich, Jojo Rabbit si addentra sul campo minato della «commedia nazista» ed ha puntualmente suscitato polemiche, inevitabili quanto sterili. Nella prima parte il film segue principalmente le disavventure di Jojo negli addestramenti della Hitlerjugend. Schivo e maldestro Jojo fa del suo meglio per dimostrare l’adeguato livello di dedizione alla superiore razza ariana impartite dal capo truppa, capitano Klenzendorf (Sam Rockwell), ma subisce continue umiliazione e il bullismo dei compagni. Confida lo sconforto e il senso di inadeguatezza solo all’amico immaginario: un Hitler vanesio e ridicolo che lo sprona ad assorbire un fanatismo adeguatamente patriottico. Le camicie brune somigliano a boy scout un po’ sfigati in improbabile addestramento per diventare provetti guerrieri ariani e le maldestre operazioni da Sturmtruppen nei campeggi della Hitlerjugend hanno il sapore di una satira un po’ farsesca nel registro delle precedenti commedie di Waititi.
La storia assume spessore col rapporto di Jojo con sua madre (Scarlett Johansson) uno spirito libero che in assenza del padre (ufficialmente al fronte a combattere eroicamente per il Führer) tenta di controbilanciare l’indottrinamento nazionalsocialista con amore e l’esortazione a non prendere troppo sul serio la propaganda. La comicità si complica quando Jojo scopre l’esistenza di una ragazza ebrea che la madre ha nascosto nella soffitta di casa per proteggerla dai rastrellamenti della Gestapo e la deportazione della famiglia. L’orrore per la presenza della «giudea demoniaca» (l’antisemitismo imparato è quello grottesco del villaggio di Borat) si andrà tramutando in curiosità e inevitabilmente in qualcosa di più col trascorrere del film.
Fuori intanto la guerra si fa più vicina al villaggio e il registro del film diventa più complesso, incupendosi notevolmente. Il coraggio di esplorare fino in fondo le implicazioni più sinistre del mondo di Jojo – molto oltre comunque di quello che farebbe presagire la prima metà – spinge il film oltre i limiti della farsa comica, verso una parabola sui populismi e i nazionalsocialismi di oggi. E, come ha detto Cameron Bailey, direttore artistico del Tiff nella sua presentazione di Toronto, attualizza il film sull’educazione all’odio tornata così disinvoltamente in auge tra revisionismi e dimenticanze.