LA DARONNE

di Jean-Paul Salomé (Commedia, 2020, Francia, 104')

31 gennaio e 01, 02, 03 febbraio

Patience (Isabelle Huppert), traduttrice specializzata in intercettazioni telefoniche per la squadra antidroga, frustrata e annoiata da un lavoro duro e mal pagato, durante un’intercettazione viene a conoscenza dei traffici poco raccomandabili del figlio di una donna a lei cara. Decide così di dare una svolta alla sua vita e intrufolarsi nella rete dei trafficanti, per proteggere il giovane. Quando si trova tra le mani un grosso carico di droga, non si fa sfuggire l’occasione e diventa La Padrina, una “trafficante all’ingrosso”. Fa esperienza sul campo e poi… riporta tutte le informazioni in ufficio al servizio della sua squadra!

Recensione

Si chiama Patience (nomen omen!) Portefeu: di professione traduttrice giudiziaria dall’arabo, figlia di genitori algerini che le hanno assicurato un’infanzia agiata e animata da avventure, vedova da molto tempo, madre di due figlie già grandi (ma non ancora ‘sistemate’), legata sentimentalmente, non senza cautele e confini autoprotettivi, al capo della polizia della squadra per cui offre le sue prestazioni lavorative.Quando, durante l’ascolto di un’intercettazione, scopre che il figlio dell’infermiera della casa di riposo in cui è degente sua madre è coinvolto in un’operazione di narcotraffico, decide di buttarsi nella mischia: complice la sua posizione professionale privilegiata, costruisce con certosina scaltrezza una rete di bugie, una vera e propria seconda identità, accuratamente ‘coperta’, con l’obiettivo di trarre massimo profitto economico dalla situazione. Il movente della sua azione criminale è, infatti, il desiderio di uscire dalla condizione di progressivo impoverimento che negli anni l’ha colpita, costringendola, unica francese (ex?) borghese, a vivere nel piccolo appartamento di un palazzo ‘colonizzato’ dalla comunità cinese, in piena periferia parigina.Grande merito del film, tragicommedia, ma anche noir (thriller, polar: dentro c’è un mondo di sottogeneri) e favola urbana ipercontemporanea pur senza ambizioni di realismo e tantomeno di denuncia sociale, è infatti quello di aver rappresentato una Parigi sì multietnica – questo non sarebbe una novità –, ma soprattutto immiserita, in cui anche chi, come la protagonista, ha studi importanti e una carriera, è costretto ad accumulare ritardi nei pagamenti a causa di condizioni di vita materiale sempre più faticose da sostenere, talvolta persino soffocanti.Il cinema di genere, in fondo, fa proprio questo: rilegge i cliché  – i codici, ciò che lo spettatore si aspetta e da cui trae gratificazione – alla luce della società che cambia; l’universale al confronto con il particolare della contingenza storica.Il fascino con cui Patience seduce il pubblico, che ‘simpatizza’ per lei in barba a ogni imperativo morale interiorizzato, le deriva allora proprio dalla spregiudicatezza con cui affronta la fortuna avversa e tenta di correggerla, per ricondurla ai suoi termini, per riportarla sotto l’egida del suo desiderio soggettivo, indifferente al dominio del reale condiviso.Isabelle Huppert aggiunge al suo sconfinato repertorio di personaggi femminili superbamente interpretati, tra loro diversi ma in qualche modo legati da una certa dose di spudoratezza comune, un’eroina gioiosamente amorale, che rifiuta piagnistei e vittimismi per farsi protagonista di un riscatto sui generis. Ed allora vivano i film come questo che, infischiandone dell’ipercorrettismo imperante, hanno il coraggio di concedere uno statuto drammaturgico all’insolenza. E sempre viva Isabelle Huppert: indecifrabile nella vita, beatifica la scena della sua presenza incantata, della sua grazia di attrice ‘totale’ con un debole per creature di fantasia dotate di un punto irriducibile di sfacciataggine.

Carolina Iacucci

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