LA FIERA DELLE ILLUSIONI

un film di Guillermo del Toro
Sabato 12 febbraio - ore 20.00 Domenica 13 febbraio - 15.00, 18.00 e 20.30* * Spettacolo in Versione Originale Sottotitolata in italiano

Illusionismo, mentalismo, spiritismo. Ovvero, il cinema. Perfettamente in linea con le sue opere più personali e con La forma dell’acqua, Guillermo del Toro rimette mano al romanzo di William Lindsay Gresham, più che alla prima e non fortunatissima trasposizione di Edmund Goulding (La fiera delle illusioni, 1947), e mette in scena un’opera complessa, colma di citazioni e rimandi, di piani di lettura, di riflessi sul reale e sull’immaginario di ieri e di oggi. Ritroviamo ne La fiera delle illusioni gli Stati Uniti usciti dalla Grande depressione ma già piombati nella Seconda guerra mondiale, lontani dal Male del nazismo ma già immersi nei rimpianti e nei sensi di colpa che verranno; al tempo stesso, possiamo riconoscere i riflessi della profonda crisi morale odierna, in un intreccio di luci e ombre che dall’epoca dei noir a oggi continuano ad avvolgerci. E ritroviamo ovviamente tutte quelle mirabolanti suggestioni estetiche, mai disgiunte dalla narrazione, che hanno consegnato il noir degli anni Quaranta all’immortalità.

Recensione

Ci sono Browning (Freaks), Hitchcock e Dalì (Io ti salverò), ma anche gli incubi langhiani (Il prigioniero del terrore), gli omaggi a Fellini (Perlman\Zampanò) e un po’ tutta quella fertile fase psicanalitica del noir. Il viaggio di del Toro attraverso il noir non è solo una dichiarazione d’amore cinefilo,ma è la conferma di una necessità espressiva, il riappropriarsi in maniera eclatante di una messa in scena stratificata, esteticamente densissima, capace di indagare la realtà con tutti i mezzi possibili. La fiera delle illusioni non contrappone luci e ombre, semplicemente le mescola, le rende indivisibili, ricordandoci le mille sfumature dell’animo umano, del destino, delle (nostre) scelte. Il tunnel dell’orrore che rimanda a Dalì\Hitchcock e l’incipit con gli spazi aperti e illuminati che riecheggiano il realismo magico di Wyeth abitano costantemente il volto di Stanton, anima che può essere corrotta e salvata da un battito d’ali, da una carta rovesciata, da un rigurgito di coscienza.
Con un solo piede fuori dalla dimensione fantastica, però costantemente evocata, del Toro ci parla ancora di mostri, del Male, dell’abisso che dilaga, infetta, stermina generazioni – il nero non ha sfumature, come non le hanno il capitano Vidal (Il labirinto del fauno) e il colonnello Strickland (La forma dell’acqua). Le sfumature appartengono a Stanton, che è allo stesso tempo illusionista e spettatore, ingannatore e ingannato. Al suo eroe, e a noi come monito, del Toro regala la disperazione, che è già una forma di redenzione: la scelta di Bradley Cooper, col suo volto da cinema classico, nato per interpretare personaggi positivi o comunque mai realmente negativi, indubbiamente seduttivi, permette a del Toro di non ingabbiare il personaggio, di esaltarne le debolezze, le crepe.
Edipico, freudiano, labirintico, La fiera delle illusioni trascina tutto e tutti, spettatori compresi, in una dimensione sospesa eppure tangibile, dannatamente reale, eppure da svelare. In una serie pericolosa di triangoli tra imbonitori e imboniti, come era davvero nelle fiere di paese ed è ancora oggi nel circo social e dei media, è facile diventare vittima e farsi divorare, come è facile essere preda delle apparenze. L’abisso, la bestia, è lì che ci aspetta, è dentro di noi. La salvezza è o non è un’illusione?

Enrico Azzano www.quinlan.it