LA TORTA DEL PRESIDENTE
(Iraq / Drammatico / 102')
Sabato 28 marzo – ore 18.00
Domenica 29 marzo – ore 16.00
Caméra d’or e Premio del pubblic alla Quinzaine des cinéastes al 78° Festival di Cannes
C’è questa bellissimo intermezzo di appena due minuti, girato con tre inquadrature e due POV, che rende la cifra della sorprendente maturità della regia di Hasan Hadi, capace con La torta del presidente di scavare nella ferita suppurante dell’Iraq degli anni ’90 attraverso una vicenda all’apparenza escapista ed estranea al grande flusso di lungometraggi più propriamente civili che sono venuti negli ultimi anni dalla parte del globo che continua a conoscere quasi un eccesso di Storia.
Recensione
La piccola Lamia (Baneen Ahmad Nayyef) e la nonna Bibi (Waheed Thabet Khreibat) fanno conoscenza col portalettere (grande gag l’indovinello sul suo lavoro) e col giovane uomo con gli occhi velati da un panno striato di sangue che le hanno raccolte con la loro molto bardata automobile da matrimonio. Proprio il novello sposo racconta la sua storia, tra risate e scambi ironici: ad una settimana dalle nozze, dopo aver accettato alla cieca il matrimonio combinato della madre, si va ad ubriacare tutta la notte con amici e parenti fino a quando, al mattino, il gruppo viene colpito da un missile statunitense. L’uomo, ferito dalle schegge dell’ordigno, perde la vista e adesso spiega quasi sollevato alle sue compagne di viaggio che almeno non dovrà preoccuparsi se sua moglie sia una brutta donna.E proprio questa straordinaria capacità di saper mostrare la violenza e la dolcezza di protagonisti e comprimari vari, mostri di feroce adattamento ai dettami dittatoriali come il maestro o nonne compassionevoli come Bibi che è disposta a dare in affidamento l’amata nipote per toglierla dal futuro di povertà che le toccherebbe, ad elevare l’esordio del regista iracheno dalla fiaba sociale – genere che fornisce comunque l’intera struttura della sceneggiatura con l’unico passaggio a vuoto del film, ovvero il classico momento di crisi tra i due co-protagonisti che qui appare troppo posticcio – verso un cinema più poetico e allo stesso tempo piacevolmente leggibile nella sua denuncia. Il paese guidato con polso di ferro da Saddam Hussein sconta infatti sulla propria carne viva le conseguenze dell’isolameno internazionale, tra un’inflazione galoppante che rende la corruzione un grasso necessario a tutti i livelli per oliare i gangli dell’amministrazione o della semplice vita civile e le conseguenze sulla popolazione della prima campagna di bombardamenti U.S.A.Di fronte a queste enormi difficoltà, lo sguardo di Hadi sceglie di levitare soavemente a metà altezza non compiacendosi mai eccessivamente delle efferatezze e, allo stesso tempo, non edulcorando l’odissea picaresca di Saeed (ladro per necessità perché figlio di un mendicante storpio) e Lamia (che riesce a scappare dal cinema porno in cui l’aveva portata il laido ammazzagalline). La torta del presidente ha, infine, l’intelligenza di non insistere sulla vieta contrapposizione città-campagna: i due piccoli protagonisti del lungometraggio vengono infatti risucchiati nel kafkiano gorgo che li vede rischiare la vita proprio durante la funzione scolastica, asservita alla brutale liturgia per cui a poverissimi contadini che sopravvivono appena nella capanna sulle sponde del fiume – ambientazione di grande impatto visivo che Hadi non bagna mai di uno sguardo esotico bensì partecipe – viene imposto di preparare una torta che li sprofonda definitivamente nell’indigenza. E il colmo, che stavolta non fa ridere, è che il dittatore potrebbe mangiarsi tutti i dolci del mondo considerando già il clima di terrore in cui ha gettato il proprio Paese.
Mario Turco, www.sentieriselvaggi.it

