LA VENERE ELETTRICA
(Francia / 2025 / Commedia / 122’)
26, 27, 28, 29 aprile
Parigi 1928. Antoine Balestro, un pittore in crisi dopo la morte della moglie Irene, va a cercare in un luna park una spiritista che lo aiuti a contattarla. Incappa in Suzanne, che si esibisce come Venere elettrica ma che, per bisogno di denaro, finge con lui doti che non possiede. Inizia così una serie di incontri dall’esito inatteso e melodrammatico.
Recensione
La nuova commedia diretta da Pierre Salvadori è ambientata nella Parigi del 1928, nel pieno delle avanguardie storiche, capitale indiscussa dell’arte mondiale a cavallo tra due guerre che spazzeranno via una buona parte dell’umanità. C’è la morte che fa capolino anche tra le pieghe della regia numero undici del cineasta francese, visto che è proprio per lenire il dolore struggente della propria vedovanza che il pittore Antoine si reca nella roulotte della cartomante Claudia, che assicura oltre alla preveggenza anche la capacità di entrare in contatto con l’aldilà. L’uomo è così ubriaco da non rendersi conto di trovarsi a tu per tu non con la suddetta Claudia, bensì con Suzanne, che nel circo che ha fatto sosta alle porte della ville lumière occupa ben altro ruolo: è infatti lei la ‘venere elettrica’ del titolo, la ragazza che col suo bacio (coadiuvato dall’alto voltaggio e da una crema che agevola la conduzione) garantisce una scossa al parterre di maschi che fa pazientemente la fila per posare le proprie labbra su quelle della giovane. Suzanne svelerebbe anche la verità all’uomo, ma le cifre che questi le propone per entrare in contatto con la defunta moglie sono così ingenti da suggerirle di continuare la farsa. Anche Armand, il commerciante d’arte che vende i dipinti di Antoine, vede di buon occhio la messinscena, visto e considerato che il disperato vedovo ha ripreso a dipingere di buona lena da quando è convinto di dialogare con la moglie per interposta persona. Lo stampo da cui prende l’abbrivio La Vénus électrique mostra fin da subito delle chiare evidenze ‘alleniane’, come certificano sia l’ambientazione temporale che il gravitare nel mondo dei piccoli imbroglioni, dei saltimbanchi, ma ancor più con la credulità delle persone. Suzanne/Claudia è evidentemente una derelitta, in nessun caso vorrebbe nuocere a questo povero pittore che ha perso l’amore della sua vita, ed è davvero difficile non parteggiare per un personaggio così dimesso. Giovane, costretta a baciare ogni sera sconosciuti e venduta appena quindicenne dai genitori all’impresario circense che ancora la vessa, ma allo stesso tempo vorrebbe da lei performance più convincenti, magari con lo sguardo più languido e il capo maggiormente reclinato. Se la finzione in cui scientemente Armand e Suzanne avviluppano l’inerme e credulone Antoine ha la doppia funzione terapeutica e profittevole, la commedia che Salvadori dirige comprende ben presto di non potersi accontentare del côté romantico della vicenda, fin troppo prevedibile, e si articola moltiplicando con intelligenza i piani del racconto.
A ciascuno dei quattro personaggi principali è concesso di avere un punto di vista sulla vicenda, e se il pubblico è entrato in contatto con la storia attraverso gli occhi di Suzanne, ecco che i tasselli di cui essa si compone li forniscono Antoine, la defunta Irène che ha lasciato dietro di sé accurati e dettagliatissimi diari personali, e perfino il laconico e sciancato Armand. Tale scelta narrativa permette a La Vénus électrique di smarcarsi in buona parte dall’ovvio, per di più allargando il discorso alla performance come elemento base per ogni relazione umana. Ne viene fuori un racconto gentile, ben ritmato e impreziosito dall’ottimo cast, nel quale si distinguono in modo particolare Gilles Lellouche e Vimala Pons.
Raffele Meale, quinlan.it

