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LA VOCE DI HIND RAJAB

un film di Guillaume Senez
(Francia - Belgio - Giappone / Drammatico / 98')

Sabato 27 settembre – ore 20.00*
Domenica 28 settembre – ore 16.00, 18.00 e 20.30*

* Tutte le proiezioni sono in Versione Originale Sottotitolata in italiano

LEONE D’ARGENTO – GRAN PREMIO DELLA GIURIA 82° Festival del Cinema di Venezia

Hind Rajab era una bambina palestinese di sei anni fuggita il 29 gennaio 2024 insieme agli zii e ai cugini dal nord di Gaza dopo un ordine di evacuazione dell’esercito israeliano. L’automobile su cui viaggiavano era stata colpita dall’Idf che aveva ucciso tutti i passeggeri tranne la bimba e sua cugina; quest’ultima era riuscita a chiamare la Mezzaluna Rossa Palestinese per chiedere aiuto. All’operatore aveva spiegato che erano sotto attacco dei tank israeliani ma prima di poter dare delle coordinate più precise era stata uccisa. La bimba però era ancora viva, sola, traumatizzata, fra i cadaveri insanguinati dei suoi famigliari. E continuava a essere aggrappata alle voci al telefono.
Inizia così una lunga conversazione fra lei e le persone della Mezzaluna Rossa, interrotta dalla copertura della rete provocata dagli israeliani, dagli spari, dal rumore dei mezzi
pesanti dell’Idf mentre si tenta disperatamente di inviare un’ambulanza per soccorrerla. Ci sono otto minuti di strada fra la stazione di servizio dove si trova la sua macchina e il primo mezzo di soccorso disponibile, ma perché questo possa muoversi nel territorio occupato militarmente dagli israeliani si devono attivare delle procedure che possono richiedere ore. Il responsabile non vuole rischiare altri morti fra i paramedici che come sappiamo, allo stesso modo dei giornalisti, sono i target dell’Idf, il tempo passa senza che la Mezzaluna riesca a ottenere la «luce verde» concordata con gli stessi israeliani, che finalmente arriva a sera inoltrata con la bimba sempre più spaventata. Ma i militari nonostante gli accordi presi sparano dal tank assassinando lei e i due paramedici.

Recensione

I RELITTI orribilmente accartocciati dei mezzi distrutti e i frammenti dei corpi saranno
recuperati dodici giorni dopo. Inutile dire che il governo del fascista Nethanyahu ha sempre negato la presenza di mezzi militari nella zona ma a smentire questa menzogna sono state le immagini satellitari e un’inchiesta del «Washington Post» e di Sky News, a cui si sono aggiunte ulteriori indagini di Forensic Architecture che non solo confermano la presenza dei carri armati ma mostrano che contro l’auto di Hind sono stati sparati 355 colpi, nonostante dall’interno dell’abitacolo i soldati potevano vedere che si trattava di una bambina. Per Kaouther Ben Hania il materiale di partenza del film  sono le registrazioni: la voce di Hind e degli operatori, una voce che per la regista diventa quella di Gaza e di tutte le persone a cui l’hanno tolta. La parte della Mezzaluna è stata invece ricostruita in una scrittura – anche questa di Kaouther – che si basa sull’esperienza di chi era nel centro dei soccorsi– dove rimaniamo anche noi spettatori – affidata sullo schermo a attori e attrici meravigliosi – come Saja Kilani, Motaz Malhees, Clara Khoury. L’utilizzo delle registrazioni originali, le difficoltà nei soccorsi,  la relazione fra «reale» e «messinscena» rimane però costantemente dichiarata, esplicita, quasi a ricordarci che mentre siamo davanti al film – e siamo sempre più devastati condividendo la stessa impotenza dolorosa e rabbiosa dei paramedici – tutto ciò è accaduto davvero, e continua a accadere ogni singolo istante dei nostri giorni. Della vicenda sapevamo, avevamo letto, ma è come se fosse la prima volta, e ci scopriamo persino
sperare che la piccola si salvi, che finisca bene. È proprio in questo passaggio che si
racchiude la potenza del film, il suo essere un gesto politico.
La distanza narrativa restituisce ai palestinesi un essere storia, persona, vissuto ,
singolarità contro la disumanizzazione messa in atto così a lungo dai media e dai governi, e la corrispondenza fra i personaggi e le persone sui piccoli schermi dei telefonini da cui sono ispirati ce li fa sentire ancora più vicini, più nettamente «reali», in una diversa, nuova consapevolezza. Che rende il film di Kaouther Ben Hania il più importante visto alla Mostra senza riserve, capace di restituire una materia di fatti e di vissuti nella sua messinscena senza retorica e soprattutto senza ricatti.
Le storie. È qui che oggi ci si oppone al caos delle immagini nel quale tutto si perde, sono la nostra arma contro le manipolazioni e l’oblio. Nel finale ascoltiamo la mamma di Hind, ha sperato per giorni che la figlioletta fosse ancora viva. Le piaceva il mare, voleva che la guerra finisse presto per tornarci, delle immagini di archivio famigliare ce la mostranomentre gioca insieme al fratellino sulla spiaggia, la stessa che vogliono trasformare in un resort di lusso. Poco prima abbiamo visto l’auto e l’ambulanza distrutte, quelle foto avevano circolato in rete eppure nel «controcampo» con una intimità quotidiana assumono anch’esse un diverso impatto. Sapevamo della morte di Hind, una delle infinite atrocità commesse dagli israeliani nel genocidio ma non sapevamo di lei, delle sue gioie di piccola bambina.
La sua voce, la sua storia sono qualcosa che ce la portano vicina, che la rendono reale, oltre la cronaca mediatica esiste,ne conosciamo dolore, paura. La sua voce è quella di una resistenzacollettiva, di una memoria, che ci interroga e ci chiede dove stare.
 
Cristina Piccino, ilmanifesto del 04-09-2025