LACCI

un film di Daniele Luchetti (Drammatico / 2020 / Italia / 100’)

Sabato 10/10/20 - ore 21:00
Domenica 11/10/20 - ore 15:30, 18:00 e 20:30

Prezzi riservati ai Soci
Intero: 6,5 euro
Ridotto: 5,5 euro (over 65 anni, under 14 anni)

Prezzi al pubblico
Intero: 7 euro 
Ridotto: 6 euro (over 65 anni, under 14 anni)

Recensione

Lacci, nuovo struggente film di Daniele Luchetti, è stato presentato Fuori Concorso al Festival di Venezia 2020, dove è stato anche scelto come film d’apertura.  È difficile poter «soffrire in modo simpatico», e da questo Luchetti riesce a estrapolare l’essenza più intima e dolorosa dell’omonimo libro di Domenico Starnone dal quale è stata tratta la sceneggiatura scritta dallo stesso Starnone assieme al regista e a Francesco Piccolo (Habemus Papam). Lacci infatti è un racconto familiare che trae dai ricordi di una coppia di coniugi in rotta da anni l’amaro humus dal quale partire per spostarsi avanti e indietro nel tempo, con un passato segnalato da un dove e quando sovrascritto su schermo, salvo poi lasciare che il presente irrompa improvvisamente, stanco e oramai privo di aspirazioni.
In effetti in questo spaziare tra differenti flash e incastri temporali Lacci conserva una vena di quel Ricordi? (2018) di Valerio Mieli, con in un comune anche Linda Caridi, seppur discostandosene del tutto sull’impianto della messa in scena che qui non si concede neppure per un frangente di affidarsi agli onirismi che sono soppiantati da desideri avvizziti e sogni mai realizzati. Soprattutto di mezzo ci sono i figli, proprio quei lacci che si annodano e snodano a metà di una coppia (nei corpi di Luigi Lo Cascio e Alba Rohrwacher prima, Laura Morante e Silvio Orlando poi) che rappresenta tutta la bruttura della fragilità umana, in un gioco di storpiature dove spesso la dolorosità delle feroci schermaglie tra marito e moglie vengono lasciate fuori dall’udibile, evidenti solo agli occhi di quei bambini-cuccioli che dovrebbero rappresentare il nucleo forte del legame familiare.
Eppure Luchetti non risparmia che quell’odio rappreso tra i denti arrivi a tirare sferzate in un istante successivo tra improvvisi strappi di rabbia e caraffe frantumate in terra, anche se riuscendo nel complesso e ancor più straziante compito di lasciar permeare il film di una tanto aspra quanto fondamentale patina di ironia, tipica di chi è allo stremo e cosciente che non esiste un tasto “rewind” per riavvolgere i nastri di una vita che ha preso una piega sbagliata.
«Se c’è qualcosa da recuperare, la recuperiamo», ma siamo oltre il tempo limite per raccogliere i cocci di vetri che sono come istantanee forse nascoste e forse delle quali si prova vergogna, o forse solo custodite gelosamente come memorandum di una vita vissuta nell’intercapedine di una paternità non voluta e di una maternità abbandonata a sé stessa. Perché, in fin dei conti, a farne le spese sono proprio quei figli che osservano un padre traditore e una madre spezzata, cresciuti all’ombra di un amore disfunzionale dove o si assimila o si rigetta, dove l’unico vincitore è chi non ha partecipato a un dramma tanto vivido perché umano e tristemente universale.