LE CITTÀ DI PIANURA
(Italia, Germania / 2025 / Commedia drammatica / 100’)
Sabato 16 maggio – ore 20.00
Domenica 17 maggio – ore 16.00, 18.00 e 20.30
Doriano, detto Dori, e Carlobianchi (tuttoattaccato) sono amici di bevute, in un Veneto rurale che pare quasi il Far West. Il loro obiettivo nella vita è sfondarsi di lumache e polenta e andare a bere l’ultima ombra di vino: “una voglia che va al di là della sete”. Hanno scoperto il segreto del mondo, ma da sobri non se lo ricordano, e credono alla leggenda metropolitana secondo cui il loro storico amico Genio ha nascosto da qualche parte un tesoretto ricavato dalla vendita di frodo di occhiali da sole. Per questo, devono andare a prenderlo all’arrivo dall’Argentina. Lungo il loro percorso incontrano Giulio, studente di Architettura timido e insicuro, che si unisce al loro viaggio e impara a vivere alla giornata – ma non senza una missione temporanea – come fanno Dori e Carlobianchi da sempre.
Recensione
Dopo un prologo di ordinario paternalismo imprenditoriale, con il grande capo che arriva in elicottero a premiare con un Rolex un operaio che ha lavorato nella sua ditta sin dal giorno della sua apertura, il film introduce i due straordinari protagonisti di quello che sarà un road movie picaresco, disincantato, divertentissimo e ad alto tasso di verità alcolica. Carlobianchi e Dori, dopo aver consumato un numero imprecisato di birre in autogrill, nell’ennesima serata assieme, decidono di bere l’ultimo bicchiere altrove e si imbattono nella festa di laurea della neoarchitetto Giuliamaria. L’ultimo bicchiere non è ancora arrivato, ma i due prendono a cuore le sorti di Giulio, un altro studente, segretamente innamorato della festeggiata, un timido napoletano che vorrebbe solo tornare a casa presto per ripresentarsi in facoltà il giorno dopo. Inutile dire che assieme al gatto e la volpe, Giulio in università non ci arriverà mai.
Di locale in locale, di paese in paese, di racconto in racconto, il duo diventa presto un trio. Su di loro aleggia la leggenda di Genio, il più caro amico di Carlobianchi e Doriano, costretto a fuggire in Argentina per sottrarsi ad un’accusa di associazione a delinquere per un corposo giro di occhiali sottratti alle fabbriche locali e rivenduti clandestinamente. Il film di Sossai è semplicemente incantevole: una commedia purissima, che sembra recuperare lo spirito del cinema di Mazzacurati, immerso com’è negli stessi paesaggi, negli stessi accenti, nelle stesse notti. Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla sono una scoperta fulminante, un duo inarrestabile, che si compensa e si comprende e che trascina anche il più rigido Filippo Scotti (È stata la mano di Dio) in un detour alcolico ed esistenziale, tra piccole truffe, rifiuto dell’operosità veneta
e senso della vita. I due perdigiorno sono campioni nel dissipare, nel procrastinare, nel dimenticare: due cialtroni di genio, insopportabili per chi ce li ha accanto nella vita, ma formidabili guasconi per chi vi si imbatta nel corso di una serata. Eppure i due non hanno nulla della malizia di tanti villain della nostra commedia. Sono gli antieroi positivi di questa storia, piccoli criminali per spirito di sopravvivenza e solidali sino in fondo con il malcapitato Giulio, che impara presto il loro codice morale. Sossai dirige con piglio svelto la sceneggiatura scritta con Adriano Candiago, rispettando magnificamente i tempi comici dei suoi interpreti, anche grazie al montaggio di Paolo Cottignola e alla fotografia notturna e crepitante di Massimiliano Kuveiller. Originalissime le musiche di Krano, quasi sempre integrate direttamente nel tessuto del racconto. Il regista ha
le idee chiarissime: “detesto la finzione e desidero sempre di più creare un tipo di cinema che racconti la vita nelle sue miserie, nelle sue banalità e nei suoi rari momenti di illuminazione. E voglio che le riprese che realizzo sembrino parte di un ecosistema o di un paesaggio” Un piccolo gioiello italiano a Cannes, fuori dal tempo e dalle mode, tutto al maschile, ma senza paternalismi. Figlio di quella provincia italiana più autentica, che il cinema sembrava aver dimenticato o appaltato alle film commission.
Marco Albanese, stanzedicinema.it

