L’ULTIMO TURNO
(Svizzera, Germania / 2025 / Drammatico / 92’)
02, 03, 04, 05* marzo
* Proiezione in Versione Originale Sottotitolata in italiano
Floria, un’infermiera instancabile e profondamente dedita al suo lavoro, ogni giorno affronta la stressante routine del reparto chirurgico di un ospedale sempre sotto organico. La sua passione e il suo impegno la spingono a dare il massimo in ogni turno, ma quando la carenza di personale aumenta, specialmente durante le notti, la situazione si fa più difficile. Il suo turno si trasforma in una corsa contro il tempo, un susseguirsi di urgenze e situazioni che richiedono rapidità e precisione. Floria, con grande professionalità, continua ad assistere i pazienti, e nonostante la fatica e lo stress, la sua dedizione rimane incrollabile.
Recensione
Nel reparto di oncologia di un ospedale svizzero, il tempo sembra seguire leggi proprie. Si dilata, si sospende, si consuma in gesti ripetuti e necessari. È qui che lavora Floria Lind, infermiera dell’ultimo turno, protagonista silenziosa ma presente del nuovo film scritto e diretto da Petra Volpe, presentato con successo alla 75ª edizione del cinema di Berlino. Interpretata con straordinaria delicatezza da Leonie Benesch, Floria diventa il tramite di una narrazione che affida al quotidiano il racconto della fine. La morte, in L’ultimo turno, non è un’eccezione tragica, ma una presenza discreta, che si manifesta tra le mani che curano, le parole che esitano, i silenzi che accompagnano.
Il film sfonda la quarta parete senza effetti teatrali, coinvolgendo lo spettatore in un mondo dove la morte si racconta senza drammatizzazioni, ma con sobrietà e compassione. Lontano dai cliché hollywoodiani del medico eroe, Volpe costruisce un linguaggio visivo e narrativo che restituisce dignità al morire e a chi resta.
Accanto alla protagonista, una compagine di attori coesa arricchisce la trama con storie che non cercano la commozione facile, ma lasciano emergere l’umanità più autentica: una madre in fase terminale, raccolta nei suoi silenzi; una figlia dilaniata dalla lenta agonia del padre e un anziano paziente divorato dall’ansia di una diagnosi che non arriva e che non vorrebbe mai conoscere.
Ogni personaggio è un frammento di quell’enigma collettivo che è la fine della vita, e la regia li osserva con pudore, senza mai cedere alla tentazione estetizzante del dolore. Un ruolo decisivo è svolto dalla fotografia di Judith Kaufmann, che non fa concessioni alla bellezza artificiosa, ma si mantiene fedele alla verità percettiva dell’ambiente ospedaliero. La sua freddezza controllata trasmette l’urgenza silenziosa di un interrogativo profondo: come si accompagna chi se ne va? E cosa resta in chi resta?
Le luci al neon, i corridoi vuoti, i corpi fragili. Tutto concorre a comporre un’immagine del morire che non è né spettacolare né poetica: è semplicemente umana. E per questo, potentemente cinematografica.
L’ultimo turno non è un film facile, e non cerca di esserlo. Chiede attenzione, presenza e un certo stato d’animo emotivo da parte di chi guarda. Ma offre, in cambio, un’esperienza profonda e luminosa, capace di restare nel tempo come un’eco silenziosa.
Francesca Viridiana Bastioni, madmass.it

