MABOROSI – I BAGLIORI DELL’ANIMA
(Giappone / 1995 / Drammatico / 110’)
Mercoledì 12 agosto, ore 21.00
Omaggio a Kore’eda
Anfiteatro di Palazzo Toaldi Capra
via Pasubio, 52 – Schio (VI)
In caso di maltempo gli spettacoli si svolgeranno
al 1° piano di Palazzo Toaldi Capra, in Sala Affreschi.
La programmazione potrebbe subire variazioni.
Recensione
A Osaka la giovane Yumiko è perseguitata da un sogno ricorrente. La nonna fugge di casa per tornare a morire nel villaggio natale e lei, bambina, non riesce a fermarla. Nel sogno compare anche un ragazzo in bicicletta, che suona il campanello mentre attraversa la strada. Anni dopo quel ragazzo è diventato suo marito, Ikuo, uomo apparentemente sereno e affettuoso, con cui Yumiko costruisce una fragile quotidianità. Ma la morte improvvisa e inspiegabile di Ikuo spalanca nella donna un vuoto impossibile da colmare. Trasferitasi in un piccolo villaggio sul mare, Yumiko cerca di ricostruire una vita assieme al nuovo marito Tamio, senza però riuscire a liberarsi dalla presenza inquietante del passato. Kore-eda costruisce un’opera ieratica e silenziosa, quasi astratta nella sua rarefazione, in cui ogni inquadratura sembra caricata di un significato ulteriore.
Fin dall’incipit, che ha qualcosa di bergmaniano nel rapporto tra sogno, morte e senso di colpa, il film si muove in una dimensione sospesa.
Il titolo stesso del film contiene il suo mistero: “Maborosi” rimanda a una sorta di illusione ottica, a una “luce del fantasma” che i pescatori vedrebbero in mare e che li attirerebbe fatalmente verso la morte. Non è difficile leggere in questa immagine la metafora centrale del film: una forza inspiegabile che chiama gli esseri umani verso l’assenza, verso il vuoto. Kore-eda non offre mai spiegazioni psicologiche rassicuranti, né tenta di razionalizzare il dolore. La morte arriva e basta, improvvisa, inspiegabile, lasciando chi resta intrappolato in un limbo emotivo.
Il personaggio di Yumiko, interpretato dalla modella Makiko Esumi, incarna perfettamente questo stato di sospensione. È impressionante osservare quanto il regista, già al primo lungometraggio di finzione, possieda un controllo rigoroso della composizione. Non esiste un’inquadratura casuale in Maborosi. I campi lunghissimi, le figure minuscole perse nello spazio, la gestione della luce naturale restituiscono un cinema di raro nitore visivo, più vicino in questa fase a certa sensibilità europea che al minimalismo domestico con cui Kore-eda sarebbe stato identificato negli anni successivi.
La lezione documentaria del regista emerge soprattutto nell’attenzione ai tempi morti e ai dettagli apparentemente insignificanti. Allo stesso modo, il film lavora continuamente su piccole ripetizioni e ritorni: la pescatrice che scompare nel paesaggio e qualcuno che subito dopo bussa alla porta, i gesti quotidiani che sembrano replicarsi in un loop malinconico, le attese silenziose davanti al mare. L’impressione è che Kore-eda stia filmando non tanto gli eventi quanto il loro residuo emotivo, ciò che resta nei corpi e negli spazi dopo un trauma. Persino il paesaggio costiero, attraversato dal vento e da una luce lattiginosa, sembra impregnato di lutto. Eppure Maborosi non indulge mai nel melodramma esplicito: il dolore è sempre trattenuto, quasi paralizzato, come se i personaggi temessero che verbalizzarlo possa renderlo definitivo.
Il corteo funebre finale, una delle sequenze più suggestive del film, riassume perfettamente questa poetica. La morte non viene rappresentata come esplosione tragica ma come lenta processione dentro il tempo, dentro la memoria collettiva di una comunità. È qui che il cinema di Kore-eda trova già la propria grandezza: nella capacità di trasformare l’assenza in immagine, di rendere tangibile il vuoto senza mai riempirlo artificialmente. Un film di fantasmi senza fantasmi, dove ciò che continua a perseguitare i vivi è semplicemente l’impossibilità di capire perché qualcuno, a un certo punto, scelga di allontanarsi per sempre.
Emanuele Sacchi, www.mymovies.it

