MARX PUO’ ASPETTARE

di Marco Bellocchio (Documentario, 2021, Italia, 100')

22, 23, 24, 25 novembre

Il 27 dicembre 1968 Camillo Bellocchio, fratello gemello del regista Marco, si è tolto la vita, all’età di 29 anni. Oggi i fratelli superstiti – oltre a Marco ci sono Piergiorgio, Letizia, Alberto e Maria Luisa – ripercorrono quella tragedia insieme ad altri componenti della grande famiglia Bellocchio ricordando la vita e la morte dell'”angelo”: il risultato è una confessione collettiva imbevuta di rimpianto, eppure espressa con feroce e mai sentimentale lucidità. Un modo per il regista di restituire l’immagine di quel fratello che si sentiva invisibile accanto a personalità più forti e più affermate

Recensione

Lascio agli eredi l’imparzialità
La volontà di crescere e capire
Uno sguardo feroce e indulgente
Per non offendere inutilmente.
Testamento, Franco Battiato, Manlio Sgalambro

 

A pensarci bene non poteva essere che questo il film da proiettare a Cannes 74 in occasione della Palma d’Onore, attribuita a un Maestro del nostro cinema, uno dei pochi che può fregiarsi a pieno titolo di questo epiteto.

Nell’estate del 2016, le varie generazioni della famiglia Bellocchio si sono riunite per un pranzo conviviale, occasione in fondo classica per tanto cinema nostrano (e non solo) e abituale preludio a un susseguirsi di ricordi, vecchi rancori, rimpianti mai sopiti, conflitti non sempre (almeno in questo caso) gridati. L’incipit è chiaro: un’ampia tavolata viene apparecchiata davanti ai nostri occhi, quasi fosse un set pronto ad animarsi di corpi, volti e racconti. L’unione tra vita e messinscena viene subito dichiarata in Marx può aspettare, e prosegue costante nel corso del film, quale filo conduttore – continuamente elettrificato dalle scosse emotive del racconto corale -, che oscilla tra storia e leggenda familiare, e poi tra storie vita e storie di cinema.

Famiglia, psicanalisi, religione sono non a caso i tre temi portanti di Marx può aspettare nonché della riflessione che Bellocchio ha portato avanti nel corso della sua vita e dentro la sua filmografia.

Alle interviste frontali, Bellocchio alterna poi fotografie, home movies e immagini di repertorio che attraversano diverse decadi di storia nostrana, dallo scoppio della seconda guerra mondiale al boom economico, al ’68. E tra le pieghe di questa ricerca d’archivio emerge con forza, ancora una volta, l’atto d’accusa dell’autore verso il proprio tempo e verso l’ideologia borghese, complici di aver portato a confondere la ricerca di una stabilità economica con l’autodeterminazione, mettendo da parte un possibile percorso individuale di crescita umana, che non assomiglia affatto al benessere economico, né potrà mai identificarsi con esso. È questo in fin dei conti il grande, esiziale equivoco nel quale si è irrimediabilmente dissolto il senso del suicidio di Camillo Bellocchio. Un “angelo”, un “amico fragile” (toccante il paragone con Tenco), un contestatore della vita che non aveva bisogno di leggere Marx, come suggeritogli dal gemello nella loro ultima conversazione, per sapere che non vi avrebbe trovato lenimento alcuno alle proprie sofferenze esistenziali.

E poi c’è il cinema in Marx può aspettare, il suo cinema, quello in cui Bellocchio ha sempre – e mai è stato così chiaro come in questo documentario – costantemente rielaborato il trauma della perdita del fratello, il suo senso di impotenza, la ribellione contro famiglia, borghesia e religione. Si susseguono infatti i frammenti, tra gli altri, de I pugni in tasca, Salto nel vuoto, Gli occhi, la bocca, L’ora di religione e, mentre osserviamo la lucidità feroce e catartica con cui Bellocchio ha inserito la propria storia familiare all’interno della sua filmografia, dobbiamo ammettere, sulla scorta delle parole di padre Vigilio Fantuzzi che noi, in quanto spettatori abbiamo ben poco da aggiungere: l’esegesi dell’autore l’ha già fatta l’autore stesso.

Ruota tutto attorno a un procedimento dialettico Marx può aspettare, indagine umana e personale senza approdi definitivi, un film che ci interroga, con fare severo e lucido al pari del suo autore, e che ci chiede di essere partecipi, di esercitare la nostra “volontà di crescere e capire”. E in tal senso, quelle confessioni sulle proprie mancanze che Marco Bellocchio rivolge qui ai propri figli, Elena e Pier Giorgio, stanno a indicarci quale ruolo incarnare in questa storia, e in futuro. Siamo lì, nel controcampo invisibile, eppure previsto, della sala cinematografica, testimoni indulgenti, figli putativi, eredi della sua visione del mondo, del cinema e di se stesso.

 

Daria Pomponio

www.quinlan.it