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MINOTAUR

di Andrej Zvjagincev
(Francia, Germania, Lettonia / 2026 / Drammatico - Thriller / 135’)

01, 02, 03, 04 febbraio

Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes 2026, Miglior Colonna Sonora Festival di Cannes 2026

Russia. In una città di provincia vivono Gleb, dirigente di successo, la bella moglie Galina e il figlio adolescente. Tutto scorre in una fredda tranquillità anche se l’inizio della guerra con l’Ucraina inizia a far sentire i suoi contraccolpi sull’attività aziendale. Fino a quando Gleb fa una scoperta che cambia il suo modo di rapportarsi con la realtà.

Recensione

Quante volte l’abbiamo visto al cinema, a partire dalla famosa scena dell’omicidio della doccia di Janet Leigh in Psycho? Un assassino che, dopo aver compiuto un delitto, tenta ossessivamente di nascondere le tracce del proprio crimine. È un po’ la scena cinematografica primaria di ogni tentativo di rimozione: cercare di disfare ciò che è stato fatto, nascondere una verità che non si vorrebbe accettare. Naturalmente, la verità è destinata inevitabilmente a venir fuori. Questo al cinema però. Nella vita reale, ad esempio nella Russia di oggi – quella putiniana, militarizzata e fascistizzata dal conflitto in Ucraina – le cose possono andare in modo molto diverso. E non tanto perché le tracce non troveranno un Altro che andrà a scoprirle – perché evidentemente ci sarà – quanto perché basterà fare una telefonata nei posti giusti e avere qualche aggancio politico per far sì che tutto venga insabbiato e che la verità non venga mai fuori. Anche se è lì, sotto gli occhi di tutti. Un paese dove la verità viene rimossa in modo militare, prima ancora che psicoanalitico. La Russia di oggi è infatti innanzitutto un regime della verità, della rimozione, di una corresponsabilità diffusa nei confronti di un falso che viene vissuto come vero. Galina, la moglie adultera del film, che è sposata a un piccolo oligarca di provincia (il CEO di un’azienda di contractor militari, che manda le proprie forniture sul confine di guerra), vorrebbe infatti solo iniziare a vivere una vita autentica, mentre tutti attorno a lei sembrano recitare una sceneggiatura di convenienza. Di fatto si annodano nel film tre crisi: quella famigliare, quella morale, e quella generata da un’economia di guerra dove un favore fatto o non fatto per le persone giuste può comportare un reclutamento al fronte o meno.
Zvjagintsev, che non faceva film da quasi dieci anni (il suo ultimo, Loveless, era stato presentato in concorso a Cannes nel 2017), ha abbondonato due diversi progetti (What Happened, che doveva essere il suo primo lungometraggio in lingua inglese, e poi Jupiter, la storia di un oligarca russo) ed è quasi morto dopo essere stato ricoverato per undici mesi per via del Covid-19, prima di portare a termine questo Minotaur. Che nonostante sia stato progettato da un esule in Francia e sia stato girato per la gran parte a Riga in Lettonia, è evidentemente un grande atto di accusa su quella che è diventata Russia di oggi. Ed è impossibile parlare della Russia di oggi senza mettere a tema in qualche modo una guerra che soltanto a partire dall’invasione del 2022 (ma il conflitto del Donbass è iniziato molto prima) ha già fatto, secondo le stime più verosimili, attorno ai 900mila morti.
Il film si chiude con un’immagine girata con un cellulare da un aereo da parte di un personaggio che per quasi tutto il film ha il ruolo dell’osservatore silente e annoiato: il figlio adolescente. Per tutta la durata del film egli guarda in modo distratto la propria famiglia crollare e poi rinascere attraverso l’accettazione del falso. Ma poi, quasi verso la fine, si mette a guardare le nuove in cielo e a girare un video. Che cosa sono queste nuvole? Un segno del fatto che una certa verità indipendente dalle speculazioni politiche di regime è destinata prima o poi a rendersi visibile? O forse, il fatto che l’immagine venga ritoccata in bianco e nero è il segno che l’immagine che avremo della società russa sarà anche per il prossimo futuro quella fabbricata e santificata dal regime? O forse è solo l’allegoria di un orizzonte futuro che appare tutt’altro che roseo? È una domanda che inevitabilmente viene rimandata allo spettatore, in un film che, nonostante la sua semplicità, rimane una tra le riflessioni politiche più belle e intelligenti di questo periodo.

Pietro Bianchi, cineforum.it