MIO FRATELLO È UN VICHINGO
(Svezia / Commedia drammatica / 116'
04, 05, 06, 07 maggio
Quello della commedia grottesca è un genere troppo spesso trascurato, specie dal nostro cinema, dove commedia significa ormai prevalentemente mettere insieme un cast di attori di richiamo (meglio se sempre gli stessi), farli ruotare attorno a un conflitto basico (nord e sud, ricchi e poveri…), poi immortalarli seduti su un divano per la locandina di prammatica. Certo un tempo c’era la commedia all’italiana, con la sua sempre rimpianta cattiveria e i suoi variegati mostri, ma oggi si pensa al grande pubblico, e quello non vuole essere troppo turbato. Fortunatamente non è così ovunque e quindi fa assai piacere trovare Fuori concorso a Venezia 82 The Last Viking (in Italia diventa Mio fratello è un vichingo) del regista e sceneggiatore danese Anders Thomas Jensen (suo Le mele di Adamo, piccolo successo art house nel 2005), una dark comedy rutilante, sconclusionata, antiborghese, libera.
Recensione
Protagonista della stramba vicenda è Anker (Nikolaj Lie Kaas), un rapinatore di banche che poco prima di essere arrestato chiede al fratello minore Manfred (Mads Mikkelsen) di nascondere il suo ultimo bottino presso la vecchia casa di famiglia. Il problema però è che Manfred ha un disturbo dissociativo dell’identità e quando Anker esce di prigione lo trova alquanto peggiorato: ora si fa chiamare John – come John Lennon – tende a rubare i cani altrui, non ricorda nulla del bottino nascosto. Ma Anker forse sa come risvegliare la sua memoria. Ha inizio così un viaggio verso la loro casa d’infanzia che si trasforma anche in un percorso à rebours, per disseppellire antichi traumi del passato. E in questo duplice viaggio, la strana coppia di fratelli si trova a incrociare una pletora di personaggi strampalati: un ex stilista ora autore di libri per bambini (ma non ne ha ancora scritto nemmeno uno), sua moglie ex modella (manista, però), un dottore bislacco che per assecondare a fini terapeutici Manfred mette insieme una cover band dei Beatles, infine anche i relativi componenti, tra cui si segnala un tipo che è – o crede di essere, poco cambia – sia George Harrison che Paul McCartney. A tratti si respira il sentore della comicità paradossale dei fratelli Cohen, ma The Last Viking deve la sua singolarità al fatto di essere incentrato sui temi della diversità e della costruzione della propria identità che, perché no, può anche essere multipla. Animato dalla nobile ed encomiabile missione di trovare una via non lacrimevole né didattica al suo argomento, Anders Thomas Jensen inanella momenti slapstick (strepitosa in tal senso la performance di Mads Mikkelsen), inserti di animazione, personaggi e trovate grottesche a tratti esilaranti. Il ritmo complessivo e la riuscita delle gag sono altalenanti, è vero, ma l’autore (grazie anche alla lunga esperienza di sceneggiatore) non manca di inventiva e, soprattutto, di libertà. In questo inno agli outsiders si respira infatti una sfrenata creatività, di quelle che non hanno paura di osare, né lambire il cattivo gusto. Ciò rende Mio fratello è un vichingo un film prezioso al di là di quella compiutezza che d’altronde non ricerca affatto, anzi nega con ostinata baldanza.
Daria Pomponio

