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NAZA

un film di Yuval Abraham, Rachel Szor
(Gran Bretagna - Palestina / Documentario / 80')

Sabato 03 ottobre – ore 20.00*
Domenica 04 ottobre – ore 16.00 e 18.00

*Proiezione in Versione Originale con Sottotitoli in italiano

Non è (solo) un satirico gioco di parole a dare il titolo a NAZA, documentario dei giornalisti e registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor in concorso a Venezia 83. Se un’eventuale crasi tra nazismo e Gaza sarebbe stata infatti agghiacciante, lo è doppiamente il reale significato del termine, derivante direttamente dal gergo militare dell’IDF e che indica il danno collaterale. In soldoni, le morti di civili che per questioni di forza maggiore (quasi sempre riconducibili in realtà a obiettivi bellici di rilevanza tutt’altro che elevata) sono considerati sacrificabili dagli ufficiali israeliani.

Recensione

Abraham e Szor, dopo l’Oscar vinto nel 2025 con No Other Land – in co-regia con i palestinesi Basel Adra e Hamdan Ballal – effettuano una sorta di controcampo del precedente lavoro, elevando il punto di vista che si sposta quindi dalla polvere della strada ai tetti notturni di Tel Aviv. Qui intervistano alcune delle loro fonti appartenute o appartenenti allo stesso IDF, mentre alle loro spalle la città dorme un sonno illusorio, in attesa che arrivino, come più volte succede negli 80 minuti del documentario, elicotteri in ricognizione o droni, suoni di sirene o direttamente di missili. Nella relativa serenità del “set”, Abraham interroga allora i suoi intervistati per scoprire il sistema messo in piedi dall’esercito israeliano per progettare ed eseguire uccisioni di massa nei confronti di civili palestinesi. Scritto grazie alla collaborazione con il The Guardian, il +972 Magazine e il Local Call, NAZA insegna quasi didatticamente cosa sia il Lavender, un software di IA che permette di tracciare ogni singolo dispositivo telefonico per stabilire, in base a triangolazioni e interazioni, se appartenga o meno ad un membro di Hamas. Oppure mostra cosa sia l’Homeland, altro sistema che permette invece di accedere agli stessi dispositivi per spiare telefonate o chat dei proprietari. O ancora, c’è il Where’s Daddy, procedura che consente di monitorare potenziali membri di Hamas attraverso le conversazioni dei familiari più prossimi, che di fatto mandano così ad un militare dell’IDF un segnale che causerà anche la propria morte. Danno collaterale, appunto.
Le interviste di Abraham sono fotografate da Szor (questa grossomodo è la divisione dei ruoli tra i due) sfruttando il buio della notte per oscurare i testimoni, le cui voci sono a loro volta modificate in modo da renderli impossibili da riconoscere. Nato da un’esigenza pragmatica, quest’escamotage mette davanti allo spettatore un’evidenza: non siamo di fronte ad un uomo cattivo che ha commesso atrocità, ma anzi abbiamo davanti agli occhi ingranaggi interscambiabili di un meccanismo gigantesco, costruito in anni e anni di propaganda e deresponsabilizzazione. “Se non l’avessi creato io, l’avrebbe fatto qualcun altro” afferma ad un certo punto una delle menti dietro il Lavender, in una sorta di versione contemporanea di Oppenheimer. O ancora: “Per noi si tratta solo di completare una missione” dirà un intervistato, avvalorando invece le pregnanza del già cult Mr. Nelson, Did You Kill People?. In nome di questa missione sono allora tollerabili dei danni collaterali stimabili in 20 naza per gli obiettivi “junior”, ma che nei casi più rilevanti possono tranquillamente arrivare a 10 volte tanto e oltre. Fino alla tollerata fallibilità dell’oltre 15% del Lavender, che porta talvolta all’uccisione di decine di naza senza che sia raggiunto alcun obiettivo, o come la scelta delle dimore personali come bersagli privilegiati degli attacchi. Tutti gli strumenti e le procedure descritte, che i testimoni disegnano con sconvolgente naturalezza su fogli di carta per aiutarne la comprensione, mostrano come più che di danni collaterali, si tratti di danni calcolati se non auspicabili. Guardando NAZA si avvertirà la sensazione di muoversi tra le pagine di Modernità e olocausto di Bauman, di essere di fronte ad un fenomeno di violenza figlia della razionalizzazione e della burocratizzazione della civiltà contemporanea. All’essere umano basta allora che le sue azioni vengano inquadrate come doveri impliciti nel proprio ruolo sociale e che queste vengano distanziate dai loro stessi esiti per involversi ad una simile condizione di bestialità.

Matteo Pivetti, www.sentieriselvaggi.it