NO GOOD MEN
(Germania, Francia, Norvegia / 2026 / Commedia / 103’)
12, 13, 14, 15 ottobre
Miglior Film dal Subcontinente al NAB IFFM Awards 2026
Naru è l’unica operatrice televisiva afghana. I suoi colleghi e superiori sono tutti uomini, ma a lei non importa, sa di essere brava nel suo lavoro. Testarda, determinata, madre di un bambino piccolo con un marito fedifrago da cui si è allontanata, subisce la discriminazione in una società che considera le donne come subalterne. Siamo a Kabul, poco prima del ritorno al potere dei talebani. Naru non si fa imporre nulla da nessuno ed è pronta a dire la sua in ogni momento, tanto che si scontrerà persino con il noto giornalista d’inchiesta di Kabul News, per cui si troverà a fare da operatrice.
Recensione
Scelto come apertura della 76 Berlinale, il film vede la regista calarsi nei panni dell’indomita protagonista, una donna afghana 2.0, stanca di essere sottomessa agli uomini e discriminata in ogni momento della sua vita. È un’operatrice televisiva intraprendente, una figura carismatica e indipendente che resta impressa, specie nella sua convinzione che per cambiare veramente le cose bisogna volerlo, battersi, essere cittadini attivi e consapevoli, non voltarsi dall’altra parte. A un personaggio tanto tosto Sadat ne contrappone uno altrettanto valido e caratterizzato a tutto tondo, il volto di Kabul News, che all’inizio la deride come tutti gli altri, perché come recitano il titolo e una delle battute clou del film «non esistono uomini buoni in Afghanistan». Una generalizzazione che la regista ci tiene a mostrare calata nel reale quotidiano, fatto di continue battute contro le donne, svalutazioni, mancanze di rispetto plateali, atteggiamenti discriminatori, patriarcali, giudicanti, possessivi, violenti.
Sbaglia tuttavia chi pensa sia un film di mera denuncia: in realtà è una commedia che strappa più di un sorriso, pur raccontando dinamiche detestabili e spesso raccapriccianti. Una commedia all’inizio brillante, che si tinge di fosco man mano che avanza la narrazione, trasformandosi in un dramma politico e sociale senza scampo. Funziona la scelta di affiancare alla trama di un femminile determinato a rovesciare tabù secolari ed emanciparsi quella di un maschile pronto ad aprirsi alla comprensione e al rispetto verso le donne. Funziona ancor di più la messa a fuoco di un altro tema fondamentale, il coraggio di chi fa seriamente giornalismo di inchiesta e non si lascia intimidire. Funziona soprattutto la prospettiva adottata: una volta tanto non è l’occhio occidentale a narrare una storia afghana, ma una regista afghana direttamente, e la differenza si avverte in ogni singola inquadratura (colpiscono, su tutti, i campi larghi a mostrare il caos e i colori delle strade afghane) e in ogni singolo dettaglio, come pure si coglie l’afflato profondamente autobiografico dietro la macchina da presa. Resistere a un regime non significa solo combatterlo, ricorda Sadat con questo suo film, politicamente impegnato eppure leggero nella forma. Significa impegnarsi ogni giorno a combattere dentro di sé la tentazione di perpetuare un sistema di soprusi che garantisce privilegi solo ad alcuni, di certo non alle donne, tanto meno agli oppositori politici. Ed eccoli, i due outsider che si riconoscono e si piacciono proprio per il loro essere fuori dal sistema, non allineati, bollati come pazzi o scomodi. Due personaggi tutt’altro che perfetti, e tuttavia veri, autentici, capaci di coinvolgere il pubblico con quel tocco di romance sempre velato di ironia che spunta a un tratto e colora di vibrazioni positive quello che di fatto è un dramma storico, il dramma di chi vive minacciato da un regime integralista.
Claudia Catalli, mymovies.it

