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NOMADLAND

di Chloé Zhao (U.S.A. / 2020 / Drammatico / 108')

Sabato 01 Maggio ore 16:00 e 19:30
Domenica 02 Maggio ore 15:00 e 18:00
Giovedì 06 Maggio ore 16:00
Venerdì 07 Maggio ore 19:30*
Sabato 08 Maggio ore 16:00 e 19:30*
Domenica 09 Maggio ore 15:00 e 18:00

*Proiezione in Versione Originale Sottotitolata in Italiano

Nomadland è il terzo lungometraggio della regista cinese Chloé Zhao (Songs my Brothers Taught me, The Rider – Il sogno di un cowboy e Eternals, prossimo film Marvel). È prodotto e interpretato dall’attrice premio Oscar Frances McDormand ed è stato presentato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia 2020. Tratto dal libro “Nomadland: un racconto d’inchiesta” (2017) della giornalista Jessica Bruder, Nomadland segue Fern (McDormand), una donna che, dopo il collasso economico di una cittadina rurale nel Nevada, fa i bagagli e parte nel suo van per provare la vita on-the-road, fuori dalla società convenzionale, da moderna nomade. Il film include i veri nomadi Linda May, Swankie e Bob Wells che fanno da mentori e compagni a Fern nel suo viaggio attraverso il vasto paesaggio dell’Ovest americano.
Fonte: ansa.it

Scheda tecnica

  • Titolo Originale

    Nomadland

  • Regia

    Chloé Zhao

  • Paese, anno

    U.S.A.,2020

  • Genere

    Drammatico

  • Durata

    107’

  • Sceneggiatura

    Chloé Zhao

  • Fotografia

    Joshua James Richards

  • Colonna sonora

    Ludovico Einaudi

  • Montaggio

    Chloé Zhao

  • Interpreti

    Frances McDormand, Linda May, David Strathairn, Charlene Swankie

Recensione

Vincitore dei premi Oscar 2021 come Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Attrice Protagonista

Empire, stato del Nevada. Nel 1988 la fabbrica presso cui Fern e suo marito Bo hanno lavorato tutta la vita ha chiuso i battenti, lasciando i dipendenti letteralmente per strada. Anche Bo se ne è andato, dopo una lunga malattia, e ora il mondo di Fern si divide fra un garage in cui sono rinchiuse tutte le cose del marito e un van che la donna ha riempito di tutto ciò che ha ancora per lei un significato materico. Vive di lavoretti saltuari poiché non ha diritto ai sussidi statali e non ha l’età per riciclarsi in un Paese in crisi, e si sposta di posteggio in posteggio, cercando di tenere insieme il puzzle scomposto della propria vita.  Chloé Zhao, cinese di nascita, racconta ancora una volta l’America che ama: quella dei grandi spazi, di cui filma i limiti tanto quanto l’assenza di confini, e della solidarietà fra coloro che si ritrovano ai margini, in questo caso a causa di un welfare e di un sistema sanitario inesistenti.  Fern non è nomade per scelta, ma entra a far parte di quella Nomadland del titolo che sono diventati gli Stati Uniti a cominciare dalla fine degli anni Ottanta, generando un vagabondaggio speculare e contrario allo spirito di frontiera degli inizi, ma che in qualche modo ne contiene ancora il respiro. Fern lavora sempre, si prende cura delle cose e delle persone che incontra, ma non può più trattenersi in un luogo o in una situazione affettiva. Conosce bene la differenza fra una dimora e una casa del cuore, e non si presta al ricatto della stanzialità, allontanando da sé ogni coinvolgimento permanente.
Zhao entra nel suo sguardo e allarga il mondo intorno a lei, un mondo che è pieno di buchi: nella roccia, nel corpo, nello stesso passato della sua protagonista, nella dignità degli esseri umani, nella coerenza di una società che va incontro al declino perché perde i suoi pezzi lungo una di quelle strade che sembrano non finire mai. E si riconferma regista, sceneggiatrice e montatrice di film che sono suoi visceralmente, e che come il van di Fern (ri)compongono tutti i pezzi della sua anima straniera. Zhao non ha paura di affrontare di petto il tema centrale del lavoro, o meglio, la sua assenza come vortice che ingoia le esistenze di tanti, e permette a pochi di prosperare sulle sfortune altrui. Non abbassa lo sguardo, non teme la tenerezza, lo strazio, lo smarrimento esistenziale, e li restituisce intatti nella loro forza emozionale primaria. E ciò che può sembrare retorica è in realtà reiterazione poetica, ritracciamento, ripetuta conferma.
Il suo cinema è fatto per gonfiarsi dentro a chi sceglie di aprirle l’anima e lo sguardo, i suoi personaggi sopravvivono alle loro ferite senza negarne lo strazio. Zhao ne condivide i percorsi di guarigione, che non comportano necessariamente una cura, ma forniscono un balsamo da portare con noi a schermo spento. E racconta quando restare e quando mettersi in cammino, quando trattenere i ricordi e quando finalmente lasciarli andare.