NOUVELLE VAGUE
(Francia / 2025 / Biografico - Commedia / 105')
20, 21, 22, 23* aprile
* Proiezione in Versione Originale Sottotitolata in italiano
Parigi, 1959. Jean-Luc Godard, al tempo penna critica per i mitici Cahiers du Cinéma, la più prestigiosa rivista di cultura cinematografica al mondo, si rende conto che ormai tutti i suoi compagni e colleghi di penna sono passati dalla critica cinematografica alla regia di un lungometraggio. Così, dopo Claude Chabrol, Agnès Varda, François Truffaut, Eric Rohmer e Jacques Rivette, decide anche lui di fare il grande passo.
Nell’impresa lo aiuterà François Truffaut – forte del suo primo successo: con I 400 colpi si era aggiudicato quell’anno il premio per la miglior regia al Festival di Cannes – che suggerisce la storia…
Recensione
“Questo non è un film sul rifare Fino all’ultimo respiro (À bout de souffle). Volevo proprio tuffarmi nel 1959 con la mia macchina da presa e ricreare quell’era, quell’atmosfera. Volevo spassarmela con il gruppo della Nouvelle Vague.”
Sono queste le parole con cui Richard Linklater ha presentato il suo film Nouvelle Vague in concorso all’ultimo Festival di Cannes. Trascorrere del tempo, spassarsela – in inglese: hanging out – espressioni che in un certo senso potrebbero costituire la summa di molti dei film di Linklater (si pensi, per tutti, al progetto stesso alla base di Boyhood), costruiti precisamente sull’hanging out, sul tempo che si trascorre insieme senza fare niente di eccezionale – solo parlare, camminare, filosofeggiare, giocare, far baldoria, assistere ad un incontro di sport… in breve: vivere, giorno per giorno.
Quell’apprezzamento per gli scambi di idee, di esperienze, di scenari multipli in un fluire comune del tempo, da cui però possono scaturire sorprese inattese come una storia d’amore, un guizzo d’arte, una rivoluzione – questa in fondo è la vita che i più giovani tra gli spettatori desiderano vivere, coloro i quali, non a caso, empatizzano maggiormente con il lavoro del regista texano.
In Nouvelle Vague, questa volta Linklater ci porta indietro nel tempo – per le strade di Parigi alla fine degli anni Cinquanta – su un set leggendario, quello del film d’esordio di Jean-Luc Godard Fino all’ultimo respiro.
A scanso d’equivoci, va subito chiarito che il film di Linklater non ha nulla a che vedere con la prova – davvero poco riuscita – del regista francese Michel Hazanavicius che nel 2017 aveva portato sullo schermo la storia della lavorazione di un altro mitico film di Godard, La cinese, del 1967.
Per inciso, per chi fosse interessato ad approfondire il profilo – non solo professionale, ma anche intimo e quotidiano – di Godard, consigliamo la lettura di Un anno cruciale di Anne Wiazemsky (edizioni E/O Italia), seconda moglie, attrice e musa del regista, dal quale emerge il ritratto di un uomo in tutto il suo genio, ma anche in tutto il suo ossessivo e sottilmente sadico carattere.
Nouvelle Vague è invece un delicato, magico, lavoro di ricerca intorno alla produzione di Fino all’ultimo respiro e un tributo alla generazione di autori grazie ai quali Linklater, scoprendo i loro film in gioventù, ha creduto di poter diventare anch’egli un regista.
Ma il film – che evita saggiamente il genere “opera nostalgia” – è anche una dichiarazione d’amore sul fare cinema e un invito ad immaginarlo in modo gioioso, creativo, riscrivendone le regole. Oltre al piacere lieve della commedia, Linklater – grande cinefilo – lavora molto seriamente (e con divertimento) sulla forma e il linguaggio che Godard e i suoi amici, registi ma anche critici, stavano riscrivendo, dalla scelta del bianco e nero, al formato 1:37, alle angolazioni dell’inquadratura, ai jump cut, ai carrelli improvvisati con le sedie a rotelle o un carretto per verdure in cui nascondere Raoul Coutard, ex operatore dei cinegiornali di guerra, così da poter catturare scorci dei boulevard parigini con i loro inconsapevoli passanti.
Perfetta la scelta di Richard Linklater e del suo direttore di cast di usare giovani attori sconosciuti (eccezion fatta per il ruolo di Jean Seberg, interpretata da Zoey Dutch). Guillame Marbeck (Godard), Aubry Dullin (Belmondo), Adrien Rouyard (Truffaut), Antoine Besson (Chabrol) Jodie Ruth-Forest (Schiffman) e gli altri, diventano così ai nostri occhi proprio quel gruppo di giovani registi della Nouvelle Vague. Più vivi, geniali e necessari che mai.
A cura di Giulia Dal Santo
Spunti tratti da Il Manifesto e Variety Magazine

