PARIGI A PIEDI NUDI

di Dominique Abel (Francia, Belgio / 2016 / Commedia / 84')

Domenica 04 agosto, ore 21

Anfiteatro di Palazzo Toaldi Capra
via Pasubio, 52 – Schio (VI)

In caso di maltempo gli spettacoli saranno annullati.

Recensione

Il nuovo film della coppia di registi formata dal belga Dominique Abel e dall’australiana Fiona Gordon, Parigi a piedi nudi, è una stralunata e stravagante storia di inseguimenti e d’amore che, con una dolcezza tutt’altro che priva di un sottofondo malinconico, rielabora certi aspetti della tradizione della comicità fisica, a partire dal senso del corpo, dei movimenti e della mimica come elementi fondamentali della contrapposizione tra il personaggio e il contesto che lo circonda.
Il contrasto tra le fisicità del trio di protagonisti e il mondo mette al centro tre figure tenere e poetiche di emarginati e spaesati; Dom è un elegante clochard che si arrabatta, Fiona una canadese proveniente da un villagio circondato da ghiacci per la prima volta alle prese con una metropoli e la zia Martha (Emmanuelle Riva nella sua ultima apparizione) è una vivace novantenne che non accetta l’ospizio e i limiti dell’età.
La coppia di registi/sceneggiatori/interpreti, nella vita anche clown e protagonisti di spettacoli teatrali, ripercorre quindi una strada già tracciata – e nella mente inevitabilmente appare Jacques Tati, in particolare proprio per l’estraneità che caratterizzava il rapporto di Monsieur Hulot con il mondo e la modernità – senza aggiungere molto e in qualche modo depotenziandone gli aspetti più critici ed esplosivi, ma realizzando ad ogni modo un prodotto assolutamente piacevole, innegabilmente divertente e tutt’altro che privo di tenerezza; un po’ poetico, grazie all’atmosfera non lontana dal realismo magico, e soprattutto quasi musicale. La comicità fisica infatti non percorre le strade della slapstick pura e del caos violento che questa provoca, preferendo mettere i corpi al centro di una surreale e assurda comicità poetica e gentile che spesso assume il ritmo di un balletto atipico e di una coreografia goffa e dolce, come i movimenti di chi sovrappensiero canticchia e, magari pure un po’ innamorato, improvvisa movimenti di danza camminando per strada. Questo non solo nelle scene di ballo “dichiarate” – particolarmente riuscita e curiosa è la sequenza del tip-tap ballato seduti su una panchina dall’anziana e svagata zia Martha assieme ad una sua vecchia fiamma, con i piedi dei personaggi al centro dell’inquadratura –, ma in generale il ritmo del film, i gesti e i movimenti che i corpi compiono sono all’insegna di una certa musicalità. È come se fossimo davanti ad un musical in potenza che solo talvolta riesce ad esplodere, contribuendo così a creare quell’atmosfera di gioioso “altrove” che esalta gli stereotipi di Parigi come “Ville Lumière” e che depotenzia gli aspetti più irriverenti e problematici della comicità fisica e della lezione di Tati. Intendiamoci, va bene anche così; state solo attenti a non urtare nessuno quando ballate per strada.

Edoardo Peretti mediacritica.it