PARIS 13th DISTRICT

di Jacques Audiard (Drammatico, 2021, Francia, n.d.)

11, 12, 13, 14 aprile

Émilie è una giovane di origine cinese che vive a Parigi, nel 13esimo arrodissement, nell’appartamento della nonna, da tempo in ospedale malata di Alzheimer. Per gestire economicamente l’appartamento mette un annuncio al quale risponde Camille, un afrodiscendente che deve iniziare a insegnare in un liceo lì vicino. Tra i due scatta la scintilla erotica, ma solo Émilie è davvero innamorata. Nel frattempo nel quartiere si trasferisce da Lione anche Norma, decisa a riprendere gli studi universitari nonostante abbia trentatré anni

Recensione

Tutti s’innamorano di tutti, ne Les Olympiades, ma soprattutto tutti sembrano alla ricerca di un senso non solo della vita, ma dell’esperienza collettiva che la vita dovrebbe portare con sé. Già, la vita collettiva, quel dettaglio che quasi due anni di pandemia ha reciso dalla memoria del popolo, e che il film – girato in pochissimo tempo a partire da novembre del 2020 – cerca di ricordare, e di tornare a raccontare, partendo dai luoghi prima ancora che dagli individui. Una panoramica aerea sulle torri di Olympiades, con la camera che spia in maniera fuggevole nei diversi appartamenti. Con uno stacco di montaggio la ripresa da esterna si fa interna.

Pur rientrando perfettamente nella cifra stilistica di Audiard, come testimoniano gli scarti registici, la scelta delle inquadrature, il ritmo che muove l’intera struttura, è impossibile non considerare Les Olympiades come un’opera a sei mani, le cui qualità il regista deve necessariamente condividere con le due cineasta con cui ha collaborato in fase di scrittura. La sceneggiatura è infatti firmata anche da Céline e da Léa Mysius,.Il quasi settantenne Audiard, per riuscire a raccontare la gioventù contemporanea, condivide il lavoro con due colleghe di un’altra generazione, nessuna delle due parigina ed entrambe nate quando l’idea di città futura celata nel progetto urbanistico di Olympiades era stata già ampiamente trasformata in realtà.

Interamente ambientato nel quartiere, con un paio di capatine che restano comunque nell’arrondissement, Les Olympiades è una commedia in bianco e nero che si interroga con levità ma non senza lacerazioni vere o presunte – il senso d’abbandono e di umiliazione che si prova all’interno di un’umanità che sa dimostrarsi priva del benché minimo accenno di empatia, come testimonia la triste vicenda che capita alla povera Norma, colpevole solo di una vaga somiglianza con una pornodiva e per questo presa d’assalto sui social media – e sembra riallacciarsi all’epoca d’oro del cinema “indipendente”, tanto d’oltreoceano quanto europeo. Un film che però si interroga sull’oggi, con relazioni umane indecifrabili, amore e desiderio che si confondono, e una smaterializzazione del contatto che è diventata parte integrante della quotidianità. Nella dialettica tra dentro e fuori, tra esteriorità e intimità, tra spazio pubblico e privato, Audiard trova il modo di riflettere sulla multiculturalità e pone al centro della questione un mondo femminile che reclama a gran voce il proprio spazio. Ma se la tecnologia può indurre a un’idea di vicinanza anche quando si è distanti chilometri  è ancora la relazione fisica l’unica vera dimostrazione di umanità, e lo testimonia anche il pugno in pieno volto con cui Norma saluta una delle compagne d’università che l’avevano presa pesantemente in giro esponendola al pubblico ludibrio. Traendo ispirazione dalla raccolta di racconti a fumetti Morire in piedi di Adrian Tomine, Audiard celebra la rinascita alla vita, e dunque all’amore, e lo fa con una levità che contagia in profondità lo sguardo dello spettatore, cercando la libertà nell’imponenza della struttura – di nuovo, il ricorso al rigore della bicromia – seguendo esattamente lo schema che spinse Michel Holley a progettare Olympiades, creando un quartiere che potesse attrarre i giovani professionisti, e la modernità. Oggi che anche il professionismo è precario la modernità prorompe con forza da Les Olympiades, trascinando con sé un’aria di possibilità che suona utopica, favolistica come il finale dolcissimo del film, eppure non priva di escoriazioni e cicatrici. Il merito va anche all’ottimo cast dominato dalle luminose intepretazioni di Lucie Zhang, Makita Samba e Noémie Merlant.

 

Raffaele Meale

www.quinlan.it